Futuro, Anticristo e Apocalisse in Peter Thiel

foto del Giudizio Universale nella Cappella dell'Assunta a Cori (LT)

L’inquietudine e lo sconcerto che hanno accompagnato la presenza a Roma di Peter Thiel mi hanno francamente sorpreso. D’improvviso la stampa mainstream italiana (e in particolare quella di orientamento cattolico) si è concentrata su un personaggio che, in verità, non è affatto figura nuova nel dibattito politico e teorico mondiale: anche i suoi seminari sull’Anticristo sono ormai una macchina rodatissima, un format che porta in giro per il mondo da almeno un lustro. Per quanto pregevoli, gli articoli che provano a ricostruire il suo pensiero, i suoi debiti intellettuali e il suo percorso professionale e politico, mi paiono tutti concentrati su una ricostruzione archeologica del suo pensiero (e del suo successo) ma si focalizzano poco sulle condizioni di possibilità di tale successo. Thiel è indubbiamente un uomo di grande intelligenza e di una certa raffinatezza intellettuale, non è certo un techbro rozzo e infarcito di cultura ingegneristica e soluzionismo tecnologico come molti dei suoi colleghi: è anzi un intellettuale cresciuto con una forte ammirazione per la cultura umanistica, cultura che cerca di approfondire e studiare. Ed è allo stesso tempo una persona estremamente ricca e influente, con le mani su una tecnologia cruciale per il controllo e la salvaguardia del benessere di intere nazioni, il che – visti i tempi – vuol dire che è una persona estremamente potente. Ed estremamente pericolosa. È dunque il caso di prenderlo anche estremamente sul serio.

Da questo punto di vista, l’uso di temi religiosi (come l’Anticristo) o di intellettuali scivolosi (come Carl Schmitt) non devono distoglierci dal sistema di pensiero che governa moralmente una persona che ha questo potere.

Il mecenate della alt right statunitense e mondiale ha raggiunto una certa popolarità ormai già dieci anni fa, quando pubblicò Zero to One, ovvero quello che si può ritenere il testo d’indirizzo antropologico e politico di estrema lucidità, che già presagiva moltissimi punti del percorso della disruption, quel modo di fare impresa tipico della mentalità start-up e dell’incarnazione Silicon Valley di vedere il mondo.

L’idea di tecnica che traspare dagli scritti di Thiel è insieme strumentale e metafisica, e riflette la funzione strumentale che l’imprenditore statunitense attribuisce al desiderio: attraverso di essa, possiamo leggere il percorso politico e professionale che si intreccia in un sistema basato sul dominio tecnologico e sfocia in una teologia politica.

foto di un Palantir, dal film "Il signore degli anelli, le due torri"
Il fatto stesso che Thiel abbia scelto il nome “Palantir” (un oggetto che nelle saghe di Talkien è espressamente malvagio) per un’azienda che offre servizi di controllo, la dice lunga sulla sua ossessione per il male.

Il best seller del 2014 Zero to One è fondamentalmente costruito come un manuale motivazionale per gli startupper che costruiranno il futuro: il sottotitolo è esplicitamente “notes on startup, or how to build the future”. Dunque, non è peregrino il tentativo di cercare di capire quale idea di futuro risulti da questo testo e quale sia il ruolo che l’autore assegna alla tecnologia nella formazione di questo futuro.

Per quanto ci sia un intero capitoletto dedicato al rapporto tra uomo e macchina (cap. 12 “Man and Machine”), non vi è una vera e propria descrizione della tecnica, ma possiamo tracciare alcune linee di tendenza. Anzitutto, Thiel vede la tecnologia come una forza che “riscrive il piano del mondo” e che richiede una scelta intenzionale tra la stagnazione e il futuro. Si tratta di un “miracolo” che l’uomo può usare per assicurarsi un avvenire. Ma è si tratta di una risorsa estremamente preziosa: per assicurarsi il futuro è fondamentale che gli imprenditori si assicurino un “monopolio” basato su una tecnologia proprietaria in modo da distinguersi nettamente dalla concorrenza (che è il loro nemico nel mercato). Tutto il testo è inoltre attraversato da una forte vena di volontarismo, che avvicina in maniera estremamente peculiare il lavoro di Thiel a quello di Carl Schmitt, non solo dal punto di vista esplicito della teoria politica, ma anche da quello più sottile della teoria imprenditoriale. All’interno del paradigma girardiano, a cui pure Thiel si attiene per la sua elaborazione del desiderio mimetico, sono del tutto estranei gli elementi come competizione e monopolio, specie se quest’ultimo viene inteso come unico modo per uscire dalla situazione di scontro mimetico potenzialmente fatale. L’idea stessa di un mercato che si affolla, si satura e che finisce per diventare improduttivo, è chiaramente una deviazione dal percorso girardiano, una deviazione che può avere senso in un ambiente di competizione – com’è quello del capitalismo altamente finanziarizzato – ma farne un principio antropologico finisce per complicare o addirittura deteriorare la visione della tecnica e del futuro.

Girard fornisce a Thiel un dispositivo concettuale utile a comprendere perché le soluzioni totalizzanti ed escludenti diventano possibili e dediserabili, in determinate condizioni. Se è un principio mimetico a guidare la formazione del desiderio, se i nostri desideri non si formano in maniera collettiva e collaborativa, ma soltanto in maniera competitiva, il modo in cui guardiamo all’altro è principalmente schiacciato sulla percezione di un rivale: con l’intensificarsi delle tensioni sociali – quale che sia la loro causa – una visione mimetica porta a percepire poche strade per la soluzione dei conflitti e, seguendo una particolare torsione della logica girardiana, la soluzione del contrasto persegue l’individuazione di un capro espiatorio. Espellendo o condannando una vittima sacrificale, i gruppi sociali producono una catarsi momentanea: in questo modo, la violenza mimetica diventa una tecnologia sociale, volta alla produzione di sollievo temporaneo che allevia le tensioni sociali. All’interno di questa macchina, la retorica della catastrofe diventa un combustibile: quando una società affronta una crisi che non può risolvere, essa si concentra sull’individuazione di ostacoli esogeni e diventa impellente individuare un colpevole, un corrotto, un untore, un disertore da incolpare ed espellere. Il meccanismo del capro espiatorio non si limita a punire, ma produce un significato, attribuisce un senso e un credito alla propria sofferenza, gli dà una legittimità, che può essere spesa nella partecipazione alla soddisfazione nell’eliminazione del presunto corpo estraneo.

È in questo contesto che Thiel recupera il tema schmittiano dell’Anticristo e lo ricolloca nel clima politico ed economico del XXI secolo, negli Stati Uniti impelagati nella lotta al terrorismo e nel ventennale conflitto in Iraq e Afghanistan: tanto per Thiel che per Schmitt, l’Anticristo è rappresentato dalla globalizzazione, e dal conseguente trasferimento di potere dagli Stati nazionali a organi internazionali che hanno il ruolo di stabilire e far rispettare delle regole. Queste istituzioni sarebbero garanti di una pace ingannevole, depotenziante, che lega e penalizza l’iniziativa individuale. Una pace, insomma, che priva di futuro – se l’alternativa esistenziale è quella tra monopolio e lotta all’ultimo sangue.

Mappa di Cantino, la prima mappa del mondo che rappresenta le terre americane da un punto di vista occidentale.
Curioso come la globalizzazione rappresenti un problema per Thiel e i tecnocrati solo quando impedisce loro di fare soldi.

Dal punto di vista politico, questo si traduce in una rilettura del vitalismo politico schmittiano: un potere visto come uno strumento che, attraverso la capacità di dichiarare uno stato d’eccezione, può fungere da kathecon ovvero da potere frenante nei confronti dell’Apocalisse. In questa cornice, il tipo di controllo che i tecno-oligarchi perseguono è basato sul desiderio mimetico e sull’invidia sociale, sull’assenza di prospettive e quasi mai sul desiderio come forza produttiva o sulla cooperazione sociale o sulla produzione come processo creativo fine a sé stesso: ogni forma di creazione o di produzione è un processo finalizzato, subordinato alla causa efficiente, in un processo di accumulazione senza fine – intendendo, con Giovanni Arrighi, un’accumulazione che non ha un finalità né, coerentemente, una fine nell’orizzionte temporale. Il “triangolo di forze” che si compie qui è quello di una continua corsa verso il profitto, guidata dalla causa efficiente, nella quale la tecnica ha una funzione strumentale: se l’obiettivo è la ricchezza (poiché l’alternativa è l’apocalisse) non c’è necessità di chiedersi quali sono le conseguenze e le caratteristiche della tecnologia: l’importante è che funzioni.

In questa corsa senza fine, la tecnologia non è un processo trasformativo, ma una forza univoca e metafisica, ineluttabile, una motrice a cui si può rimanere agganciati, per godere dei first mover advantage, oppure rimanere indietro ed essere dei perdenti nel sistema mimetico. Come ha brillantemente sintetizzato Alberto Toscano, il fine ultimo implicito del discorso non è il primato degli Stati Uniti o della loro way of life, ma il dominio del mondo. Dominio per il quale sono gli altri a dover pagare il costo. Tutto ciò che esula da questo obiettivo va contenuto o eliminato, è l’Anticristo – che Thiel ripesca direttamente dalla concezione di Carl Schmitt. Sulla filiazione insieme schmittiana e girardiana di questa parte del pensiero di Thiel si sono espressi in maniera esaustiva Laura Bullard su Wired e Cecilia Sala nel suo podcast per Chora Media.

Da una parte, Thiel assume dei palesi toni messianici espliciti e continui e, pur ammettendo che lo faccia più con l’intento di mobilitare una certa parte politica o per istigare l’intellettualismo “woke”, è chiaro l’intento di usare in modo politicamente stumentale alcune categorie storicamente religiose e teologiche; dall’altra, c’è un esplicito richiamo a temi marcatamente schmittiani (katechon, Anticristo, etc.) che non possono lasciare indifferente lo studioso di teoria politica. Il nucleo della teologia politica per Carl Schmitt parte dalla considerazione che i concetti politici non siano altro che concetti teologici secolarizzati: questo tentativo serve al filosofo del diritto tedesco a evidenziare il nucleo irrazionale della politica e del diritto, provando a “farci i conti” e a metterlo al lavoro come un motore della politica e della sua legittimità. Schmitt cerca in qualche modo di imbrigliare la potenza della teologia politica per farne uno strumento del volontarismo politico – per quanto discutibili possano essere state le finalità. Thiel, al contrario, sembra operare un ribaltamento di questa prospettiva, mettendola al lavoro all’interno di un’antropoligia girardiana, ammantata di un profondo pessimismo: il suo obiettivo non è usare la teologia per criticare o analizzare la politica, ma per sfrondare la politica da ogni forma di gestione del potere, da ogni puleggia e ingranaggio che limiti la macchina della volontà politica – in questo senso, Thiel mira a ricostruire il legame tra teologia e politica nel senso di riedificarlo e non di tracciarne l’origine. L’obiettivo è quello di garantire un futuro all’imprenditoria americana, a quella classe di soggetti che riesce a emergere e affrancarsi dal desiderio mimetico e a innovare. Questo obiettivo è chiaro fin dai primi scritti “girardiani” di Thiel, ma subisce una importante accelerazione a partire dagli anni ‘10 del XXI secolo.

Le idee di futuro, per come emergono nella trattazione di Zero to One

Nel corso della trattazione di Zero to One, Thiel distingue diversi paradigmi di futuro basandosi su due assi fondamentali: se si considera il futuro migliore o peggiore del presente (ottimismo contro pessimismo) e se lo si immagina come qualcosa di definito o indefinito.

Dalla combinazione di questi elementi emergono quattro paradigmi principali:

  • Ottimismo Definito (Stati Uniti anni ’50–’60): in questo paradigma, il futuro viene visto migliore poiché lo si può pianificare e si può lavorare per costruirlo. Thiel cita come esempi i grandi progetti ingegneristici del passato, come il Canale di Suez, l’Empire State Building e il programma Apollo, dove la pianificazione concreta e la visione a lungo termine erano centrali.
  • Ottimismo Indefinito (Stati Uniti dal 1982 a oggi): è il paradigma dominante nell’America contemporanea, dove si crede che il futuro sarà migliore ma non si sa esattamente come, motivo per cui non si possono fare piani specifici. In questo modello, la finanza ha eclissato l’ingegneria: invece di creare nuova ricchezza, si punta alla diversificazione e al mantenimento di “opzioni aperte”.
  • Pessimismo Definito (che Thiel identifica con la Cina odierna): questo paradigma prevede un futuro cupo, che non può essere migliore dell’attualità e che può però essere conosciuto e previsto, e a cui quindi bisogna prepararsi. Thiel vede la Cina come l’esempio paradigmatico: il paese cresce copiando ciò che ha già funzionato in Occidente (attraverso la globalizzazione e le sue istituzioni che penalizzano la libertà individuale) perché i leader cinesi sanno che, con una popolazione così vasta che preme sulle risorse, il futuro rimane una minaccia esistenziale.
  • Pessimismo Indefinito (che Thiel identifica con l’Unione Europea odierna): Questo sguardo sul futuro è caratterizzato da una deriva burocratica e da una rassegnazione al declino. L’Europa odierna reagisce agli eventi man mano che accadono, senza una guida precisa, limitandosi a sperare che le cose non peggiorino troppo velocemente

Per quanto in Zero to One Thiel si proponga come un alfiere di una visione di ottimismo indefinito, nella realtà egli sembra ricadere in quella che Yuk Hui ha sapientemente descritto come la coscienza infelice dei neo-reazionari: la condizione di chi rifiuta la modernità illuminista ma dipende totalmente dalle sue strutture tecniche e concettuali, una tensione irrisolta che produce nostalgia per un ordine perduto che non può più essere recuperato se non in forma astratta e tecnicamente mediata. È questa condizione che fa scivolare il suo tecno-ottimismo verso una visione di pessimismo indefinito: non sono gli imprenditori americani a essere incapaci di produrre innovazione e futuro, ma la falsa pace della globalizzazione, guidata da invidia mimetica e bisogno di controllo e pianificazione, a imporre lacci e lacciuli alla legittima espansione dei monopoli, che nel breve periodo sta anticipando la catastrofe.

D’altra parte Thiel si trova probabilmente imbrigliato in un corto circuito intellettuale, che si può riassumere con l’epitome “paradosso del founder”. In una società fondamentalmente guidata, economicamente, politicamente e ideologicamente, dal successo economico e professionale gli individui che si trovano a “farcela” sviluppano anche una forma di miopia del successo: i founder nascono generalmente con un intento disruptive e ribelle, cercando generalmente proprio di abbattere un sistema di monopoli consolidati. Il paradosso si verifica nel momento in cui il singolo “ce la fa” e raggiunge il successo, creando però a sua volta un monopolio, finisce per creare un sistema di controllo tanto rigido e opprimente quanto quello che voleva combattere inizialmente. E spesso, in questo processo, non c’è un meccanismo di distruzione creativa shumpeteriano, ma proprio un approccio di distruzione, di quella che Arrighi definisce “accumulazione per predazione”, ossia un meccanismo nel quale non c’è la volontà di creare valore, ma solo di sottrarre quote di mercato o di potere a soggetti terzi.

In sintesi, il paradosso del founder è la condizione per cui l’individuo eccezionale sarebbe indispensabile per creare qualcosa di nuovo (da 0 a 1), ma il suo stesso successo tende inevitabilmente a trasformarlo nel custode di un nuovo ordine monopolistico e controllante, annullando la spinta originaria. Il punto è che non si tratta di un bug o di un loop di questa macchina dell’innovazione, ma è una sua feature. In questo contesto, la tecnologia non può essere mai una forza che libera, così come non lo è mai il desiderio – perché sono cose che non possono essere né co-costruite né condivise: sono cose escludenti, da tenere per sé, da amministrare, da cui escludere il prossimo.

Ed è forse questo che dovrebbe farci temere di più l’influenza culturale e politica di Thiel, a maggior ragione se l’orizzonte che dobbiamo affrontare fosse effettivamente quello di una catastrofe (tecnologica, morale, ambientale…): al di là della sua fascinazione per le simpatie naziste di Carl Schmitt, al di là della sua convinzione del potere politico spregiudicato come unico argine all’apocalisse,al di là della sua ossessione per l’Anticristo – ciò che deve preoccuparci, ciò che dobbiamo respingere con forza, è la sua convinzione che ci si salvi da soli. Che la salvezza riguardi gli individui, a discapito di tutti gli altri, costi quel che costi. Che poi, a ben vedere, in questo modo, non si salvano neanche le aziende. E, nel medio termine, neppure le carriere.