
La collana “Storia e teoria politica” della casa editrice Bibliopolis si è arricchita di un nuovo volume di Adriano Vinale, Storia della violenza. Esercizi di filologia politica tra Atene e Roma. Il libro, tra gli esiti del Progetto PRIN 2022 “2FFACEDemocracy”, offre un contributo rilevante alla storia concettuale del politico, affrontando la nozione di violenza attraverso un’indagine filologico-politica centrata sul mondo greco e romano. L’obiettivo dello studioso è esplicito: ricostruire le condizioni teoriche che rendono possibile l’“interdetto della violenza” nella modernità, risalendo ai processi di formazione del concetto nel pensiero antico. Di seguito ne proponiamo una scheda sintetica.

L’impianto metodologico combina analisi filologica e ricostruzione teorica, evitando tanto il rischio di una mera storia delle parole quanto quello di una genealogia astratta dei concetti. La scelta di delimitare il campo alla Grecia arcaica e classica e alla Roma repubblicana consente all’autore di concentrarsi sui momenti di maggiore densità trasformativa, individuando con precisione alcuni snodi teorici fondamentali.
Per quanto riguarda la Grecia, il punto di partenza è costituito dall’assenza, nei poemi omerici, di una distinzione stabile tra forza e violenza. Il termine bía designa infatti una forza vitale e politicamente non problematizzata, mentre la dimensione propriamente negativa emerge nella nozione di hýbris, intesa come violazione dell’ordine. Ne deriva un primo snodo teorico fondamentale: la violenza non coincide originariamente con la forza, ma con la sua eccedenza infrattiva rispetto a un ordine normativo. Il politico nasce così non dalla soppressione della forza, ma dalla sua regolazione simbolica.
Il passaggio all’Odissea e, soprattutto, a Esiodo segna una progressiva moralizzazione della violenza. La polarizzazione tra díke e hýbris/bía introduce una distinzione strutturale tra ordine umano e logica animale della sopraffazione: la giustizia si configura come dispositivo di contenimento della violenza, pur senza eliminarla. È tuttavia con Solone che la violenza viene ad essere problematizzata in relazione all’ordine politico della pólis. Nel tentativo di fondare l’ordine della pólis sulla giustizia, la violenza viene al contempo espulsa come dismisura e riassorbita come strumento dell’azione politica. Il celebre passo in cui il legislatore afferma di aver operato coniugando bía e díke sotto il nómos rivela infatti una tensione costitutiva: la legge non elimina la violenza, ma la incorpora trasformandola in forza legittima. Il potere politico si definisce così come punto di articolazione tra violenza e giustizia.
La sezione romana sviluppa e radicalizza questa linea interpretativa. Il mito di fondazione, con il fratricidio di Remo, viene letto come scena originaria in cui la violenza non è esterna all’ordine politico, ma ne costituisce l’atto istitutivo. Tale violenza assume una forma sacralizzata, configurandosi come sacrificio di fondazione. Questo passaggio consente a Vinale di collegare il piano mitico a quello giuridico, in particolare attraverso l’analisi della sacratio e della figura dell’homo sacer, in cui la violenza appare come dispositivo formalizzato dell’ordine giuridico: inclusa proprio attraverso la sua eccezione.
Nella riflessione sulla vis publica, soprattutto attraverso Cicerone e Sallustio, emerge inoltre la dimensione propriamente politica della violenza come oggetto di contesa discorsiva. La violenza non è un dato neutro, ma il risultato di pratiche di qualificazione e delegittimazione. La legislazione de vi, infine, testimonia il tentativo di istituzionalizzare e controllare tale fenomeno, senza tuttavia eliminarlo. L’ordine politico romano si fonda dunque su una gestione giuridica della violenza, più che sulla sua esclusione.
Nel complesso, il volume si distingue per la capacità di coniugare rigore filologico e ambizione teorica, offrendo una ricostruzione coerente e ben argomentata della violenza come categoria storicamente costruita. Il percorso tra Grecia e Roma mostra con chiarezza come la politica si definisca sempre in relazione alla violenza: prima come forza da regolare, poi come violazione da escludere, infine come elemento da istituzionalizzare.
