Genealogie della cura. Donne, corpi e politica del vivente

In un tempo in cui la guerra torna a imporsi come grammatica ordinaria della politica globale, il dibattito pubblico tende a rifugiarsi nell’astrazione: confini, deterrenza, strategie e cosiddetti “interessi nazionali”. Eppure, ciò che la guerra produce davvero resta spesso ai margini del discorso: corpi feriti e violati, corpi resi sacrificabili, o ancora, vite gerarchizzate tra degne e indegne di lutto. È contro questa rimozione che si colloca Genealogie della cura. Donne, corpi e politica del vivente di Stefania Mazzone (Rubbettino, 2026), uno dei frutti del progetto PRIN 2FACEDemocracy: Transparency and secrecy in the history of political ideas in the modern and contemporary age, che ha coinvolto le Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Catania, Salerno e Unicusano. Il volume, approfondendo alcune delle principali linee di ricerca della studiosa, propone un capovolgimento teorico e politico netto: riportare il corpo al centro del politico e assumere la cura non come sentimento privato o pratica assistenziale, bensì come categoria chiave della critica della modernità statuale.

Nella recensione che segue, Andrea Giuseppe Cerra ricostruisce i nuclei portanti del libro, mostrando come la cura si configuri come il rovescio della ragion di Stato: là dove la sovranità promette sicurezza amministrando la morte, la cura rivendica la vulnerabilità come condizione della convivenza, rifiutando la gerarchia dei viventi su cui si regge la logica bellica. Attraverso una genealogia femminile che attraversa figure e tradizioni diverse – dalla riflessione sull’interiorità e sulla parola come spazi politici, alla cura come lotta collettiva e trasformazione delle condizioni materiali di vita – Mazzone pone una domanda decisiva: quale politica diventa pensabile quando si prende sul serio l’esposizione reciproca dei corpi?

Un ulteriore punto di forza, messo in rilievo dalla recensione, è l’estensione di questa prospettiva al terreno tecnologico e digitale: lo spazio in cui oggi si combattono conflitti, si esercita sorveglianza e si produce disincarnazione. Contro l’illusione della “guerra pulita” e della neutralità tecnica, la cura diventa criterio per interrogare dispositivi, algoritmi, immagini e i loro effetti materiali sui corpi reali.

Dunque, Cerra propone Genealogie della cura come uno strumento prezioso per pensare il presente – guerre, crisi ecologica, precarietà globale – offrendo una grammatica politica che non rimuove i corpi, ma li assume come condizione della giustizia e, proprio per questo, mette in discussione le fondamenta della sovranità moderna.

Recensione di Andrea Giuseppe Cerra

Quando la politica torna al corpo. Nel tempo in cui la guerra è tornata a essere l’orizzonte permanente della politica globale, il linguaggio pubblico continua a muoversi sul terreno dell’astrazione: confini, equilibri, strategie.

Raramente, però, si confronta con ciò che la guerra produce davvero: corpi feriti, corpi violati, corpi resi sacrificabili. È in questa rimozione che si inserisce con forza il prezioso volume di Stefania Mazzone, storica del pensiero politico nell’Università di Catania, “Genealogie della cura. Donne, corpi e politica del vivente” (Rubbettino, pp. 300, euro 22) proponendo un cambio di paradigma tanto teorico quanto politico. È qui che emergono con chiarezza le ragioni della cura, nucleo teorico e politico dell’intero libro. La cura non è presentata come sentimento morale né come pratica assistenziale, ma come categoria ontologica e politica. Essa nasce dal riconoscimento di una verità rimossa: nessuna vita è autonoma, nessun soggetto è sovrano su se stesso. Ogni esistenza è esposta, dipendente, intrecciata ad altre vite. In questo senso, la cura non è l’opposto della politica, ma il suo fondamento negato. Nel contesto delle guerre, questa prospettiva assume un valore radicale. La logica bellica si fonda sulla separazione, sulla gerarchia dei viventi, sulla distinzione tra vite degne di lutto e vite sacrificabili.

La cura, al contrario, rifiuta questa gerarchia: afferma la continuità del vivente, la responsabilità verso chi soffre, la memoria dei corpi cancellati. È una razionalità altra, che si oppone frontalmente alla ragion di Stato e alla sua amministrazione della morte. In questo quadro, la cura non è debolezza né rinuncia al conflitto. È, al contrario, una forza critica che smaschera l’impotenza della sovranità. Là dove la politica tradizionale promette sicurezza producendo distruzione, la cura rivendica la fragilità come condizione della convivenza. Là dove la guerra cancella i nomi e riduce i corpi a numeri, la cura restituisce volti, storie, legami.  L’innovazione dell’analisi femminista di Mazzone sta nel rivendicare il corpo come luogo originario del politico, contro una tradizione occidentale che ha costruito lo Stato e la sovranità sulla rimozione del vivente. Non un corpo neutro o astratto, ma corpi sessuati, vulnerabili, storicamente esposti alla violenza: i corpi delle donne, dei subalterni, dei soggetti esclusi dalla cittadinanza piena. In questa genealogia, figure come Armanda Guiducci occupano un ruolo decisivo. Il suo pensiero, radicalmente inattuale, ha mostrato come l’interiorità, il desiderio e la parola femminile siano già spazi politici, capaci di scardinare la logica produttivistica e virile del potere. In tempi di guerra, questa lezione diventa cruciale: la politica non è solo decisione sovrana, ma gestione affettiva della vita e della morte.

Affianco a Guiducci, Goliarda Sapienza incarna una forma di resistenza che passa attraverso il corpo e la scrittura. Nei suoi testi, l’esperienza femminile non è mai separabile dalla dimensione politica: il desiderio, la memoria, il dolore diventano pratiche di disobbedienza. Mazzone coglie qui un punto essenziale: la guerra non distrugge solo territori, ma linguaggi, e la scrittura del corpo è uno dei pochi strumenti capaci di opporsi a questa cancellazione. La genealogia si radica anche nella storia del movimento operaio e socialista, grazie alla figura di Maria Giudice. Con lei, la cura non è sentimento privato ma lotta collettiva, intreccio tra giustizia sociale ed emancipazione femminile. In un presente segnato da conflitti che colpiscono soprattutto i più poveri e le donne, questa tradizione ricorda che non esiste pace senza trasformazione delle condizioni materiali di vita. Di grande rilievo è anche il recupero di Eva Kühn, pensatrice che ha saputo opporre al dominio tecnico e patriarcale una visione del corpo come linguaggio spirituale e politico. In un’epoca in cui la guerra è sempre più tecnologica e disincarnata, Kühn rappresenta una critica anticipatrice: senza corpo non c’è senso, senza vulnerabilità non c’è etica.

Il filo teorico che tiene insieme queste figure trova una sintesi potente nel dialogo con Adriana Cavarero. La sua riflessione sulla voce, sulla narrazione e sull’unicità incarnata dell’essere umano consente a Mazzone di articolare una politica alternativa alla sovranità: una politica che non si fonda sull’eliminazione del nemico, ma sul riconoscimento dell’altro come corpo esposto. Nelle guerre contemporanee, dove l’anonimato della morte è parte della strategia, questa prospettiva assume un valore radicalmente contro-egemonico.

Uno degli aspetti più innovativi di Genealogie della cura è l’estensione del discorso femminista dentro lo spazio tecnologico e digitale, là dove oggi si combattono le guerre e si producono nuove forme di dominio. Stefania Mazzone non oppone semplicisticamente corpo e tecnica, ma costruisce un’architettura ontologica a proposito del cyber che interroga il modo in cui il potere contemporaneo agisce attraverso reti, algoritmi, dispositivi e immagini. Nel mondo attuale, la guerra non è più soltanto occupazione territoriale: è drone, sorveglianza, flusso di dati, controllo remoto. È una guerra che tende a cancellare il contatto, a rendere invisibili i corpi, a trasformare la morte in informazione. Il nemico non è più guardato, ma tracciato; non è ucciso, ma “neutralizzato”. In tale scenario, la tecnologia appare come strumento di disincarnazione estrema della politica. La riflessione cyber di Mazzone si colloca in controtendenza rispetto a questa deriva.

Riprendendo e rielaborando il pensiero femminista contemporaneo – dal cyber Femminismo alle teorie postumane – l’autrice mostra che la tecnica non è neutra, ma porta inscritti rapporti di potere, gerarchie di genere, logiche di esclusione. Tuttavia, proprio per questo, essa può diventare anche luogo di conflitto e di riarticolazione del politico. La cura, trasposta nel contesto digitale, non significa rifiuto della tecnologia, ma responsabilità nell’uso, attenzione alle conseguenze sui corpi reali.

Ogni guerra “pulita”, ogni conflitto gestito a distanza, produce comunque dolore incarnato: ferite, lutti, migrazioni forzate. Il pensiero della cura smaschera l’illusione cyber della guerra senza sangue, riportando al centro ciò che la tecnologia tende a occultare. In questa prospettiva, il corpo non scompare nell’era digitale: diventa campo di battaglia simbolico e materiale. I corpi sono esposti nelle immagini che circolano online, nei video di bombardamenti, nei flussi di propaganda; sono sorvegliati, profilati, selezionati. L’ interpretazione cyber femminista insiste su un punto decisivo: non esiste virtualità che non abbia effetti materiali. Mazzone mostra come il femminismo, lungi dall’essere nostalgico o antitecnologico, sia una delle poche tradizioni teoriche capaci di pensare insieme corpo, tecnica e politica. La cura diventa così una categoria critica anche per il digitale: un criterio per distinguere tra uso emancipativo e uso distruttivo della tecnologia, tra connessione e controllo, tra relazione e dominio.

Nel tempo delle guerre algoritmiche e delle crisi globali mediate dallo schermo, Genealogie della cura invita a una vigilanza radicale: ogni dispositivo che promette efficienza deve essere interrogato dal punto di vista del vivente.

Chi paga il prezzo di quella efficienza? Quali corpi vengono resi invisibili? Quali vite diventano scarti? In questo senso, la cura non è solo una pratica umana, ma una politica della tecnica. Una politica che rifiuta la neutralizzazione del dolore e rivendica la responsabilità condivisa anche nello spazio digitale. Perché, come mostra il libro, non c’è cyberspazio che possa liberarci dal corpo: è sempre lì che la guerra colpisce, ed è da lì che può ancora nascere una possibilità di resistenza. Il volume ci mostra così come il femminismo non sia una teoria “di parte”, ma una critica strutturale della modernità politica.

La cura diventa il rovescio della ragion di Stato: là dove il potere governa attraverso la morte, il pensiero femminista rivendica la continuità del vivente, la memoria dei corpi, la responsabilità verso chi resta. In un presente segnato da guerre, crisi ecologica e precarietà globale, il contributo politologico di Mazzone offre una grammatica nuova per pensare il politico.

Una grammatica che non rimuove i corpi, ma li assume come condizione di possibilità della giustizia. Perché, come ci rammentano queste genealogie femminili, ogni politica che dimentica i corpi è già una politica della distruzione.