
Introduzione
Lo squalificato è un testo edito nel 1948 da Dazai Osamu, il cui protagonista, Yōzō, è un giovane, di cui osserviamo la vita dissolversi nell’abulia e nella dipendenza dall’alcol, non per vizio ma per l’inettitudine a fare delle scelte.
Yōzō confessa nel primo dei tre diari, che costituiscono il libro, di non aver mai avuto fame, «la verità è che non provavo mai la sensazione di avere la pancia vuota»1. E più avanti aggiunge: «Ogni volta che qualcuno mi chiedeva se volessi qualcosa, di riflesso dicevo: “No, niente, grazie”. Perché non avevo la vaga idea che tanto una cosa valesse l’altra e non c’era nulla che potesse rendermi davvero felice. Allo stesso modo, quando mi veniva offerto del cibo, ero incapace di rifiutare, anche se lo trovavo disgustoso»2.
L’incapacità di scegliere del protagonista e il suo accettare supinamente le decisioni prese da altri sono il sintomo evidente della sua impossibilità di costruirsi come soggetto del desiderio. Yōzō non può essere un soggetto, perché non avverte la mancanza, «quella mancanza che da sempre si definisce come essenza dell’uomo e che si chiama desiderio»3, allo stesso tempo non può prendere una decisione su di sé, perché «il soggetto deve avvenire»4, ovvero è solo grazie all’apertura del desiderio che la singolarità può coniugarsi in un tempo futuro, e non nella mera accettazione di viversi nel presente.
Quello che è interessante notare e che nella versione inglese, il libro è stato tradotto con il titolo No longer Human, ovvero non più umano, come se la scomparsa del desiderio nel protagonista fosse l’evidenza di un comportamento non saggio, perché lo porterebbe al di fuori dell’umanità, o meglio nell’impossibilità di essere annoverato tra essa.
Il presente articolo è la recensione di due libri che affrontano il desiderio da due versanti opposti: la saggezza e la comparsa. Nel tentativo di mostrare come la prospettiva, adottata dai due autori, sia complementare.
1 – La scomparsa
Nell’estate del 2025, l’editore Mimesis ha pubblicato due libri che hanno il desiderio al centro della narrazione, ovvero La saggezza del desiderio di Danielle Cohen-Levinas e La scomparsa del desiderio di David Le Breton.
Il saggio di Le Breton si apre con un’affermazione precisa: «Il sentimento di sé è piuttosto difficile da reggere», per poi continuare «Ciascuno è un contenitore di personaggi possibili, io sono mille altri». L’autore illustra molto bene come il processo di soggettivazione attraversi una molteplicità di stadi, che però non portano mai ad una conclusione. La singolarità non si
compie mai, perché ciò comporterebbe la sua fine. Eppure, aggiunge il filosofo, la società contemporanea con il suo impianto tecnologico e digitale ha portato alla frantumazione di tale dinamica soggettiva; infatti, il dissolversi dei legami sociali ha significato un eccesso di libertà per i singoli, che però è coinciso con una duplicità di sentimenti contrapposti: godimento ed inadeguatezza.
Ebbene sì, la modernità informatica ha permesso alle singolarità di vivere in un mondo a sé stante, che con difficoltà entra in relazione con gli altri, oppure costringe a delle connessioni provvisorie e instabili, che, alla fine, non permettono la costruzione di una soggettività ben strutturata. Paradosso dell’era informatica, che era nata con la promessa di mettere in contatto tra loro soggetti lontani, si trova ora a mostrare a distanza singolarità disperse. Non è un caso che i social network abbiano assunto la denominazione di social media, ovvero non più connessioni ma trasmissioni di soggettività a se stanti.
La mancanza di legami sociali, di valori condivisi e di spazi sociali materiali ha significato per i soggetti un arretramento nel proprio sé, che però è condizione di malessere e smarrimento:
[Il soggetto] non dispone più intorno a sé, come un tempo, di un quadro politico per affermarsi in una lotta comune, non è più sostenuto da una cultura di classe e da un destino condiviso con gli altri. Essere sotto la propria autorità implica disporre di risorse interiori continuamente rinnovate, è fonte di inquietudine, di smarrimento e sollecita un costante sforzo5.
L’allontanamento da un contesto sociale che tiene insieme i frammenti del sé, è vissuto dal singolo come la possibilità di una deliberata fuga da un processo di costruzione soggettiva che ci ha costretto in dei limiti, che adesso si possono eludere:
il biancore risponde al sentimento di saturazione, di troppo pieno provato dall’individuo. Ricerca di una relazione morbida con gli altri, è una resistenza agli imperativi di costruirsi un’identità del contesto dell’individualismo democratico delle nostre società6.
Il termine biancore è utilizzato come definizione di un soggetto diafano, trasparente, che ha trovato nelle rigide righe di un codice informatico la breccia da cui poter evadere dalla costrizione di un processo soggettivo, che era troppo rigido da portare avanti. La tecnologia quindi come via di fuga dai legacci di una soggettività che vuole inquadrare il singolo all’interno di categorie precise, oltre il soggetto, ma soprattutto oltre l’«obbligo di individualizzarsi»7.
La necessità di essere altro da sé emerge prepotente all’interno di un’era contemporanea, in cui la scienza, o meglio la tecnologia informatica, sembra adottare dei protocolli rigidi per meglio calcolare ogni aspetto dell’uomo. La riduzione del singolo a mera somma di dati per un migliore governo dei viventi ha permesso una backdoor che destruttura completamente il singolo, tanto da ridurlo a semplice ombra, che vive tra le stringhe di codice ma non trova una collocazione rigida. Infatti il biancore non è l’impossibile rinuncia al sé, bensì è una strategia di evitamento che è stata elaborata all’interno degli spazi liberi che la modernità ha permesso:
il biancore è anche connotato da una virtualità infinita, è una sorgente di rinnovamento anche se è doloroso per sé e per l’entourage. Non è il niente, il vuoto, ma è un’altra modalità di esistenza costruita nella discrezione, nella lentezza, nell’abbandono8.
Le singolarità finalmente di disperdono per propria volontà e necessità di essere altrove, all’interno di corpo sociale che è nemmeno si accorge della loro scomparsa, giacché ciò che non è calcolabile sembra non esiste. Eppure in tale fuga il desiderio ha un suo ruolo fondamentale: «è una forma lieta di fuga da sé, una restaurazione del desiderio per sentirsi nuovamente vivi, immersi nel mondo»9.
Il desiderio che doveva scomparire si ritrova ad essere l’artefice della fuga.
2 – La saggezza
Quale stratega possa essere il desiderio è più evidente nel saggio di Danielle Cohen-Levinas, infatti l’autrice si soRerma sulla phronesis, ovvero virtù propria del desiderio che comporta in
movimento di dis-appropriazione, uno slancio verso la conoscenza, che proviene però da un sentimento di ispirazione:
l’ispirazione, come il desiderio, sono in definitiva delle esperienze poetiche della vita, senza le quali il rapporto dell’uomo con il mondo sarebbe svuotato di ogni contenuto10.
Il desiderio è visto nella sua funzione propulsiva, di tensione verso il futuro, di costruzione e di appropriazione del proprio sé. Una prospettiva costruttiva del desiderio, tanto che, più che sottolineare ciò che manca alla sua origine, è meglio sottolineare come gestire tale vuoto e come renderlo proficuo. Così è meglio soffermarsi sulle potenzialità di tale forza che sulle carenze di tale processo: «la traccia del desiderio […] congiunge due istanze antitetiche: il prossimo e il lontano»11.
Il desiderio è un movimento di proiezione, che si slancia in avanti per non cadere nell’assenza al suo inizio, nella convinzione che non c’è oggetto da prendere, o posizione da raggiungere, perché tale moto desiderante non si poggia sul possesso, bensì: «accontentandosi di non prendere nulla […] la carezza è il luogo della donazione assoluta»12.
Così il desiderio si trova espropriato del proprio oggetto, o meglio rincorre qualcosa che sa già che non potrà mai avere, ed è in questa consapevolezza che consiste la propria saggezza. La saggezza che non si appropria di nulla, la cui manifestazione è solo la possibilità per il soggetto ad uscire da sé ed entrare in contatto con gli altri e con il mondo:
la saggezza del desiderio […] un oggetto che non si materializza mai completamente, tra fenomeno e non fenomeno, tra carne e corpo, […] il desiderio è così visto come una finalità senza fine, un movimento che ridà impulso al movimento stesso […] una pulsione di ospitalità che accoglie l’alterità intoccabile13.
Desiderare non è possedere, ma proiettarsi nel futuro, aprirsi alla realtà senza nessuna conoscenza di ciò che succederà dopo, ma nella consapevolezza che solo qualcosa di meglio può accadere: «il desiderio è dimentico di ciò che lo ha preceduto e ignaro di ciò che gli succederà»14.
Un barlume indefinito all’origine del desiderio, un’ombra leggera che però prorompe nella vita dell’uomo come la tensione più forte che lo spinge a muoversi, come direbbe il poeta «poca favilla gran fiamma seconda». Ed è proprio così, la forza del desiderio è nella sua poca memoria, che costringe il soggetto ad una infaticabile ricerca, che non avrà mai fine, ma che costantemente anticipa un futuro, che si pone davanti agli occhi dei singoli e li conforta nella loro costruzione identitaria. Il desiderio è sempre di fronte ai soggetti, ma irraggiungibile, «perché il desiderio non è mai presente a se stesso»15.
3 – Conclusioni
Il desiderio è davvero un abile stratega, giacché è capace di simulare un oggetto alla sua origine, ma è altrettanto scaltro a dissimulare la meta raggiunta.
Appare così come il desiderare sia un movimento diacronico, che si regge su un immaginario passato e un immaginifico futuro. Senza posa tra due dimensioni fittizie, il desiderio si compie come tensione inesausta.
È proprio l’impossibilità di quiete all’interno di tale moto a fare del desiderare uno spazio scisso al suo interno, una peculiarità che si rifrange anche nella singolarità e nell’essere soggetto di desiderio, laddove il di indica un complemento di possesso e non di specificazione.
I soggetti del desiderio sono sempre scissi al loro interno, giacché seguono l’oscillazione propria del desiderare, in un processo di costruzione e di volizione che non trova mai un equilibrio stabile. Ecco perché saggezza e scomparsa sono le punte estreme di tale dinamica, da una parte apertura al mondo e agli altri, dall’altra chiusura e regressione. Il passato mitico tende ad essere una gabbia per la soggettività, giacché lo inchioda in una visione nostalgica di purezza e di serenità perduta, mentre un futuro sognato esprime la promessa di un idillio che è ancora da compiere, ma di sicuro accesso. Così, il singolo si dibatte all’interno di una pulsione ambivalente, che è allettante da entrambe le prospettive da cui la si guarda. Tranquillità ed audacia sono le facce di un desiderio, che invogliano il soggetto a sperare o a sparire.
- D. Osamu, Lo squalificato, Mondadori Libri, Milano, 2025, p. 14 ↩︎
- Ivi, p. 18. ↩︎
- J. Lacan, Il seminario. Libro XV. L’atto psicanalitico. 1967 – 68, Einaudi, Torino, 2024, p. 89. ↩︎
- Ivi, p. 83. ↩︎
- Ivi, p. 16. ↩︎
- Ivi, p. 20. ↩︎
- Ivi, p. 21. ↩︎
- Ivi, p. 36. ↩︎
- Ivi, p. 19. ↩︎
- D. Cohen-Levinas, La saggezza del desiderio, Mimesis Edizioni, Milano, 2025, p. 12. ↩︎
- Ivi, p. 20. ↩︎
- Ivi, p. 24. ↩︎
- Ivi, p. 30. ↩︎
- Ivi, pp. 32-33. ↩︎
- Ivi, p. 33. ↩︎
