Innovazione\i. Tra cultura democratica, nuove tecnologie e Intelligenza Artificiale

È da poco pubblicato per i tipi di Guida editore (Napoli, 2025), il volume a cura di Alessandro Arienzo e Giovan Giuseppe Monti, Innovazione\i III. Tra cultura democratica, nuove tecnologie e Intelligenza Artificiale. Il volume appare nella collana del nostro centro “Filosofia, Innovazione, Democrazia”, una collana che ospita contributi scientifici che orientano la propria analisi sul tema dell’innovazione, declinato nella molteplicità delle sue accezioni e approcci disciplinari. L’obiettivo è individuare strumenti per la trasformazione “responsabile” delle società democratiche in rapporto con i mutamenti tecnologici, comunicativi, ambientali ed economici. Pubblichiamo l’introduzione al volume e l’indice dei contributi.


Vivere in una società dell’innovazione

«Innovazione» è una parola chiave che permea il discorso pubblico attraverso molteplici livelli, dalle politiche economiche alla governance, dalla tecnologia a sistemi di produzione, dalle pratiche socialità ai nuovi modi di rapportarsi con la propria soggettività. Spesso è associata positivamente alle idee di progresso e di cambiamento, motivo per cui viene generalmente celebrata come motore dello sviluppo e della modernizzazione, una sorta di simbolo trainante dell’età contemporanea. Tuttavia, l’innovazione è un fenomeno tutt’altro che nuovo. Come sottolinea Jan Fagerberg: «Arguably, [innovation] it is as old as mankind itself». Infatti, sembrerebbe esserci qualcosa di intrinsecamente “umano” nella tendenza sia a pensare nuovi e migliori modi di agire, sia a sperimentarli nella pratica[1].

Nonostante la sua importanza, l’innovazione non ha sempre ricevuto grande attenzione in ambito accademico. Ad esempio, gli studiosi dei cambiamenti economici a lungo termine erano soliti concentrarsi su fattori come l’accumulazione di capitale o il funzionamento dei mercati, piuttosto che sull’innovazione. Invece, negli ultimi anni si sono sviluppate molteplici ricerche sul suo ruolo nel cambiamento economico e sociale, con un’interessante tendenza nel porre maggiore attenzione all’aspetto dell’interdisciplinarietà. È quindi interessante il fatto che negli ultimi anni il numero di pubblicazioni di scienze sociali incentrate sull’innovazione sia aumentato molto più significativamente rispetto alle pubblicazioni di altri ambiti, che solitamente erano ritenuti più idonei allo studio di tale processo[2]. Tuttavia, è bene sottolineare come non sia sempre chiaro di cosa parliamo quando affrontiamo e tentiamo di analizzare il tema dell’innovazione o del cambiamento innovativo. Spesso, tali espressioni vengono adoperate in maniera sin troppo autoevidente o acritica, sorvolando sul fatto che il concetto innovazione ha una storia lunga, interessante e caratterizzata da profondi slittamenti semantici[3]. Inoltre, proprio perché oggi l’innovazione viene declinata come un valore in sé, rivela l’urgenza di problematizzare e sviscerare i suoi profondi significati e implicazioni a livello politico e filosofico, che meritano di essere esplorati non solo criticamente, ma anche attraverso diversi approcci disciplinari, in modo da far trasparire le complessità, le aporie e le opportunità che si accompagnano alle dinamiche dell’innovazione nelle frenetiche società contemporanee[4].

In un’accezione ampia, l’Enciclopedia Treccani offre una duplice definizione del termine «innovazione»: da un lato, richiama «l’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione et sim.»; dall’altro lato, in senso più concreto, rimanda a «ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produzione, in una tecnica, ecc.»[5]. L’Oxford English Dictionary (OED) fornisce una triplice descrizione per la voce «innovation»: la prima, lega il termine all’atto di innovare e all’introduzione di novità, motivo per cui la definisce come «alteration of what is established by the introduction of new elements or forms»; la seconda, la qualifica come un cambiamento fatto «in the nature or fashion of anything; something newly introduced; a novel practice, method, etc»; l’ultima, più legata all’ambito del commercio, la definisce come «the action of introducing a new product into the market; a product newly brought on to the market»[6]. Ancora, l’EU Vocaboulary (EuroVoc) restituisce la seguente definizione: «azione o processo di modifica di qualcosa di consolidato, in particolare mediante l’introduzione di nuovi metodi, idee o prodotti e, per estensione, i nuovi metodi, le idee o i prodotti stessi[7]». In sintesi, potremmo dire che nel linguaggio quotidiano con il lemma innovazione si intende genericamente la produzione di qualcosa di nuovo, in grado di mutare o trasformare un oggetto preesistente. Richiama quindi i temi dello sviluppo, dell’accrescimento sia economico che tecnico, in tal modo rispecchiando e rispondendo a una logica di performance e di potenziamento. Tuttavia, proprio perché generiche, queste descrizioni presentano l’innovazione come un fenomeno in fondo “ristretto”, sia perché questo nuovo non è mai un nuovo “assoluto”, sia perché essa è essenzialmente limitata ad aspetti economici e tecnologici.

Nel suo uso comune l’innovazione non sembra esprimere una condizione tecnica o socio/economica inedita. Invece, a volere interpretare il cambiamento innovativo come una nuova condizione sociale, o come un peculiare modo di essere nel contemporaneo, richiede di intendere i mutamenti profondi cui esso risponde. E non solo a partire dagli ambiti della produzione (sia essa tecnologica o economica), ma anche a partire da quelli più ampi della socialità, del mutamento delle mentalità e delle culture, dalle temporalità sociali e storiche che sono implicati in esso, e dal nostro rappresentarci come soggetti etici e creativi. In altri termini, si tratta di procedere per un verso da un’accezione conservativa dell’innovazione ad un’accezione radicale; per un altro verso da una sua visione liberale/individualistica ad una diversa prospettiva che potremmo indicare come repubblicana o del comune. Nel primo caso, la visione conservativa interpreta i processi di innovazione come estensione e potenziamento dell’esistente, senza attribuire ad essi alcun salto o rottura (come invece accade in una prospettiva radicale). Nel secondo caso, ad una visione individualistica – che attribuisce la guida e la promozione del processo innovativo al singolo – è possibile opporre una diversa prospettiva, che intende ogni emergenza innovante come l’esito di una messa in comune di intelligenze collettive e capacità sociali di produzione del mutamento. Per quanto diverse, tali caratteristiche non devono essere intese in maniera rigida o escludente: molti tra i fenomeni che chiamiamo innovativi hanno effettivamente un carattere parziale, adattivo e conservativo (soprattutto nel caso delle innovazioni tecniche), mentre sono più rari quei mutamenti e quelle trasformazioni che si rivelano radicali e che promuovono il nuovo. Allo stesso modo, l’innovazione è insieme individuale e sociale, forma di produzione creativa che opera sempre nell’intreccio singolare tra individualità e collettività. Per questo l’innovazione, la logica dell’innovazione, porta con sé un’idea di un cambiamento positivo prodotto da dinamiche di natura economica e tecnologica. Ed oggi, è proprio attraverso la complessa semantica che le è associata che pensiamo al mutamento e allo sviluppo nella nostra società.

L’innovazione non risponde solo a un mutamento nella semantica, nelle narrazioni o nelle rappresentazioni sociali. Benché sia accompagnata da un carico retorico e narrativo fortissimo – che sorregge il costante, onnipervasivo, e ritualmente ossessivo richiamo all’innovazione, alla quotidiana coazione a innovare – la nostra visione dell’innovazione è indice di una profonda trasformazione nella nostra semantica dei tempi storici, ossia espressione di un cambiamento del nostro rapporto col tempo e con la storia. Per questo essa è parte di un mutamento profondo nel rapporto che le nostre società istituiscono con sé stesse, nei modi in cui noi pensiamo, pratichiamo e produciamo noi stessi come agenti sociali. Un mutamento significativo, perché accompagna il passaggio da una modernità che si è pensata in relazione a una progressività storica – sia essa segnata dal tempo cumulativo della scienza e del progresso o dall’orizzonte escatologico della rivoluzione – orientata al futuro, ad una condizione – forse nuova – in cui la trama delle relazioni tra passato, presente e futuro si ri-orienta intorno ad una presentificazione radicale del futuro vissuta quasi in opposizione e rigetto al passato[8].

 Conviene ricordare il dato che nella cultura europea, per oltre 2500 anni, l’innovazione ha avuto un’accezione negativa, arrivando a significare progressivamente la rottura/stravolgimento dell’ordine naturale e morale. Benoit Godîn, studioso che ha dedicato importanti lavori alla ricostruzione storico-genealogica del concetto di innovazione, fa risalire l’origine dell’idea di innovazione all’antico termine greco kainotomia (καινοτομία), vocabolo composto dall’unione di kainos (καινοσ – nuovo) e la radice tom (τομ – taglio), che indicava la produzione di qualcosa di nuovo attraverso un’apertura o una rottura, e che poteva essere inteso sia in senso letterale che metaforico. Difatti, tra gli usi trasversali del termine possiamo ricordare Senofonte, che nell’Economico lo utilizza per suggerire di fare dei tagli nella roccia e scavare con l’obiettivo di creare nuove miniere; Platone, Aristotele e Plutarco, che lo utilizzano in senso negativo per indicare cambiamenti introdotti o che si vogliono introdurre negli usi e costumi delle società; infine, Plutarco che, narrando le storie dei greci e dei romani, utilizza il termine sia in senso positivo per indicare le “novità” di cui erano portatrici le sue storie, sia in senso negativo quando inserita nel contesto di cambiamenti relativi ai contesti politici[9]. In generale, nei Romani l’innovare/innovazione (quale derivato da kainos) è espressa con i termini di novitas e più comunemente res nova, spesso comunque portando in essi un senso peggiorativo: il nuovo non è mai migliore del passato, anzi esso è rottura con la tradizione. In queste accezioni il riferimento è sempre al passato, il tempo storico non è segnato da una rottura del presente che apre a un futuro migliore, ma dalla rottura del passato che corrompe e turba il presente. Fino al Medioevo, è quindi molto raro trovare utilizzi positivi del lemma innovazione, il quale, tendendo a significare una tipologia di cambiamento nell’ordine costituito, era latore di un senso di destabilizzazione. Anche per questo, l’accezione politica del concetto giunge a rappresentare l’imporsi di un nuovo ordine solo molto lentamente.

Ancora, nella cultura ecclesiastica, e almeno fino a Machiavelli, l’innovare, quando presenta un’accezione positiva, è piuttosto un “rinnovare”, un ritornare alle origini, ai principi primi che fondano un corpo politico o sociale. Eppure, è proprio la rottura dell’uniformità dell’orizzonte storico e culturale cristiano a rendere possibile l’innovazione moderna: da un lato, la Riforma si presenta come il tentativo di tornare allo spirito originario del cristianesimo (andando oltre la corruzione rappresentata dalla Chiesa romana); dall’altro lato, rappresenta una rottura traumatica dell’ordine delle cose e il frantumarsi dell’unità spirituale del mondo occidentale. In tal senso, quando assume un’accezione positiva, l’innovazione è piuttosto un (ri)formare, ossia un ridare forma a ciò che la storia ha pregiudicato. Le grandi rivoluzioni inglese e americana si presentano come sforzo di restaurazione di un ordine antico di libertà e diritti, mentre con la Rivoluzione francese emerge una consapevolezza progressiva e inedita della produzione di una rottura radicale col passato[10]. L’utilizzo dei termini innovazione/innovatori è ancora indice di un significato dispregiativo quando assimilato all’ambito politico, come dimostrano i loro utilizzi da parte dei detrattori e degli oppositori di queste esperienze rivoluzionarie, che accusano i democratici e i repubblicani di essere degli «innovatori» che perseguivano i loro obiettivi attraverso metodi violenti per costituire un ordine utopico[11].

Nonostante gli importanti mutamenti, fino all’Ottocento i dibattiti politici continuano a inscrivere prevalentemente l’orizzonte dell’innovazione dentro quello della conservazione, e gli stessi “innovatori sociali” si pensano innanzitutto come riformatori, patrioti, e più avanti come rivoluzionari. Tuttavia, è a quest’altezza temporale che il termine innovazione comincia ad assumere un senso diverso, ampiamente connesso al tema dell’innovazione sociale. Ad esempio, si pensi, all’opera di William Sargant, Social Innovators and their schemes[12] del 1858, in cui la questione dell’innovazione è espressa in chiave sociale, seppur in maniera ancora fortemente critica. L’innovazione comincia ad assumere un senso neutro-descrittivo, talvolta addirittura positivo, proprio in ragione di quell’inedito intreccio di scienza e tecnologia che segna un nuovo modo effettivamente nuovo di vedere l’uomo, il suo produrre, il conoscere. Che poi il Novecento sia stato segnato dalla prevalenza dell’orizzonte del cambiamento rivoluzionario, seppur nel conflitto col mutamento ordinato e governato del riformismo democratico, non toglie nulla alla dimensione esplicitamente positiva assunta ormai dal mutamento progressivo e dalla propensione al futuro.

 Di contro, in una società in permanente transizione e caratterizzata dalla spinta all’innovazione, è più complesso comprendere se la nostra attuale collocazione è dentro o oltre il moderno. Da un canto, si può a buona ragione ritenere che la nostra accezione “positiva” e tanto presentificata dell’innovazione non si configuri affatto come un orizzonte post-moderno, collocandosi piuttosto in un quadro di relativa continuità con l’impresa moderna, che in fondo è a monte di quelle profonde trasformazioni prodotte dagli orizzonti della rivoluzione e del progresso. Dall’altro canto, i profondi cambiamenti tecnologico-comunicativi, scientifici e sociali, le gravi crisi e le sfide globali – tra tutte le crisi la climatica, le guerre e le nuove povertà – possono farci interpretare il presente come qualcosa di radicalmente altro e nuovo rispetto al moderno. Senza dubbio, oggi facciamo i conti con il cambiamento delle concettuali storiche attraverso le quali la società della ragione moderna si è compresa e prodotta, e attraverso le quali tentiamo di intendere noi stessi e le nostre società. In tal senso, è forse utile fare nostra la distinzione proposta dal filosofo francese Thierry Ménissier tra un’innovazione genericamente intesa come ciò che rende qualcosa di più adeguato a un bisogno determinato e quella innovazione che risponde a un bisogno che non è ancora cosciente, ma che è già presente. In questa seconda accezione, l’innovazione è capace di riorganizzare la società in ragione di un bisogno virtuale, in tal modo anticipando il futuro, senza però presentizzarlo, producendo e rappresentando un bisogno nuovo. Questa diversa logica dell’innovazione non si adagia conservativamente sul presente, ma lo “apre” in ragione di bisogni inespressi, di tensioni che operano nell’occasione, nella congiuntura, promuovendo uno scarto, un’effettiva novità. Una tale prospettiva forse non risolve, ma certamente pone la questione di una visione dell’innovazione critica, riflessiva e aperta al confronto etico e politico. Piuttosto che farsi governare da essi, pensare e praticare l’innovazione vuol quindi dire governare i processi di mutamento e trasformazione socio/tecnici, allo stesso tempo ponendosi i problemi del limite e della responsabilità di tali cambiamenti, della potenzialità trasformata che scienza, tecnologie e produzione mettono oggi in campo. In altri termini, si tratta di passare da una società cognitiva a una società autoriflessiva, in cui il rapporto bisogno/innovazione sia tale da accompagnarsi sempre a una riflessione intorno al vivere civile, alla res publica. Insomma, recuperando la dimensione riflessiva del moderno (l’istanza critica dell’Illuminismo) e la prospettiva di apertura, di rottura, espressione dell’orizzonte della trasformazione rivoluzionaria[13].

È dunque chiaro che l’innovazione non può essere relegata a sola questione tecnologica o economica, ma deve necessariamente implicare il riscontro di uomo e mondo. Infatti, l’innovazione è anche una forma sociale, ossia una forma di produzione sociale cui dobbiamo associare una nuova riflessione sul vivere etico, sul buon vivere. Al contempo, è una forma politica, i cui compiti sono la distribuzione, la disseminazione, la socializzazione dei processi di trasformazione e delle ricadute positive dei processi innovativi. Così come è anche una forma di cambiamento sociale progressivo attraverso la redistribuzione della ricchezza sociale accumulata e messa a valore dalla cognizione diffusa e dalla relazionalità cooperativa su cui si reggono le nostre società dell’innovazione.

In epoca contemporanea, la riflessione sull’innovazione si è arricchita di nuove dimensioni. Il pensiero neoliberale ha enfatizzato l’innovazione come principio economico fondato sulla creatività imprenditoriale e sulla concorrenza, mentre approcci critici hanno messo in evidenza le asimmetrie di potere che l’innovazione può generare, ad esempio nel campo della tecnologia digitale o delle biotecnologie. Allo stesso tempo, la filosofia politica ha iniziato a interrogarsi su come l’innovazione possa essere regolata, orientata o addirittura democratizzata, evitando che diventi un mero strumento di dominio o esclusione. Collocandosi in tale solco di ricerca, questo volume ha l’obiettivo di indagare il rapporto tra innovazione e filosofia politica attraverso una prospettiva multidisciplinare, mettendo in dialogo diversi sapere e affrontando molteplici interrogativi attraverso contributi che spaziano dalla storia del pensiero politico alla filosofia della tecnica, dagli studi sulla governance all’etica dell’innovazione, dal pensiero economico ai nuovi disagi della civiltà al tempo della diffusione delle intelligenze artificiali. Attraverso questo lavoro, speriamo di offrire una chiave di lettura utile per comprendere non solo come l’innovazione sia stata pensata e praticata nel corso della storia, ma anche come possa essere ripensata oggi in un’ottica più inclusiva, sostenibile e sociale. Infatti, l’innovazione non è solo un fatto tecnico o economico: è, prima di tutto, una questione politica, etica e filosofica.

Alcuni saggi esamineranno le radici concettuali e le nuove implicazioni dell’innovazione; altri si concentreranno sulle sfide poste dall’innovazione tecnologica e dalle trasformazioni economiche, evidenziando le implicazioni per la democrazia e la partecipazione politica. Il risultato è un’indagine ricca di spunti, che non si limita a celebrare l’innovazione o a respingerla, ma l’analizza criticamente, interrogandosi sulle sue condizioni, sui suoi effetti e sulle sue possibili traiettorie future. Nella sua articolazione interna il volume è suddiviso in tre sezioni: la prima è dedicata al rapporto non sempre evidente tra filosofia politica e innovazione; segue una sezione dedicata al tema dell’intelligenza artificiale e al pensiero economico; infine, abbiamo una sezione dedicata al tema delle nuove soggettività e alla psicoanalisi.

La prima sezione – Filosofia politica e forme di innovazione – si apre con un articolo di Giovan Giuseppe Monti, incentrato sull’importanza che sta assumendo un certo tipo di riflessione critica intorno all’innovazione nell’ambito delle scienze umane. In particolare, l’autore analizza i tre momenti principali di una delle più recenti piste di ricerca di Thierry Menissier, incentrata sull’analisi delle complessità e dei possibili rapporti tra filosofia, innovazione e società contemporanea. Quello che emerge è un quadro teorico articolato e affascinante, che ha permesso allo studioso francese non solo di ritagliarsi un posto di rilievo all’interno degli innovation studies, ma anche di incentivare studiosi di altre discipline ad avvalersi di alcuni strumenti interpretativi propri della filosofia al fine di promuovere un governo responsabile e consapevole dell’innovazione.A seguire, troviamo il contributo di Maria Panico, incentrato sulla padronanza nella filosofia foucaultiana: un possesso di sé e delle proprie passioni inteso come acquisizione di consapevolezza che si dispiega in un ambito al tempo stesso politico ed etico. Un processo di formazione che interessa l’uomo nella sua dimensione esistenziale e che non prospetta un fine teleologico, ma si incarna nel reale e nel quotidiano come una costante ricerca. L’autrice mostra come tale ricerca si realizza nell’individuazione di uno stile di vita, attraverso cui l’uomo possa costruire la sua vita altra, avvalendosi delle cosiddette tecniche del sé, della parrhesia greca e della filosofia cinica, e costituirsi come soggetto. Invece, il lavoro di Chiara Caiazzo esplora il modo in cui la concettualizzazione della democrazia sia una questione estetica, oltre che politica. Alla luce delle riflessioni di importanti pensatori come Wendy Brown, Judith Butler, Jean-Luc Nancy e Gianni Vattimo, ci viene mostrata la necessità di interrogarsi su una concettualizzazione di democrazia radicale e radicata nell’humus delle crisi contemporanee. Ripensare la democrazia da una prospettiva estetico-politica non può prescindere dal problema delle emergenze assenti contemporanee, di come farle emergere e di come elaborare strategie di resistenza basate sulle pratiche di quelle collettività marginali in grado di disfare il sensus communis. Questa sezione si chiude con l’articolo di Federico Simonetti, il quale affronta alcuni aspetti del pensiero di Peter Thiel. L’autore sottolinea come il suo pensiero sia stato molto influenzato dalle teorie di René Girard sul desiderio e sulla violenza, che sarebbero alla base sia della teoria economica e politica delle start-up sia del suo percorso politico, lo ha portato a essere uno dei principali sostenitori economici e consiglieri politici di Trump. L’intento del saggio è dunque mostrare come l’eredità girardeniana sia penetrata profondamente nel pensiero di Thiel e, attraverso di lui, in molte delle pratiche e delle teorie che animano il mondo della Silicon Valley. 

L’articolo di Simonetti ci permette di aprire alla seconda sezione, dedicata al tema sempre più attuale dell’Intelligenza Artificiale. Alessandro Arienzo apre il volume con uno studio dedicato al complesso tema della governance dell’IA. In questo contributo, a partire da una definizione di governance e dell’analisi dei diversi livelli ai quali essa opera, vengono presentati studi e esperienze internazionali più rilevanti così da tracciare le caratteristiche e i problemi del governo/governance dell’IA. Successivamente, Alessandro Alfani ripercorre le riflessioni svolte dall’economista statunitense Herbert Simon e dallo psicologo tedesco Gerd Gigerenzer sul rapporto tra razionalità economica e intelligenza artificiale, con particolare riferimento al concetto di homo oeconomicus. L’obiettivo dello studioso è porre in evidenza come tale concetto neoclassico venga messo in discussione e proficuamente problematizzato dagli studi sull’IA, e specularmente come la messa in discussione del paradigma dell’homo oeconomicus abbia aperto nuovi spazi di riflessione circa le potenzialità dell’intelligenza artificiale. Maggiormente legato all’economia è il contributo di Iacopo Grassi e Riccardo Martina, i quali esplorano le intersezioni tra innovazione tecnologica e meccanismi di mercato nell’era dell’intelligenza artificiale. Attraverso una revisione della letteratura economica, evidenziano come gli algoritmi di IA possano facilitare comportamenti collusivi senza interazioni esplicite tra le imprese, rappresentando così una sfida significativa per i regolatori e le politiche antitrust. Propongono quindi un’analisi critica delle risposte politiche e regolative necessarie per affrontare le complessità introdotte dall’IA, argomentando la necessità di un approccio multidisciplinare per garantire che l’innovazione tecnologica favorisca un progresso economico equo, piuttosto che accentuare le distorsioni di mercato. Infine, la traduzione di un interessante lavoro di Fabienne Martin-Juchat ci consente di costruire un ponte con la sezione conclusiva, che affronta alcuni temi al confine tra soggettivazioni inedite e nuove tecnologie. Infatti, la studiosa esplora l’attuale entusiasmo per l’IA attraverso una lente antropologica e sostiene che questo fervore non sia attribuibile esclusivamente all’alleanza tra capitalismo finanziario e sviluppo tecnologico, né alla relazione tra innovazione tecnologica ed economia dell’attenzione. Piuttosto, evidenzia come risponda a un diffuso bisogno di dipendenza affettiva dalla tecnologia. In particolare, l’articolo sottolinea come le recenti innovazioni tecniche abbiano saputo combinare in modo inedito i valori moderni con elementi animisti, dimostrando che tali valori non sono mai del tutto scomparsi.

La sezione posta in chiusura del volume è inaugurata da Pierluigi Ametrano, che prende le mosse dall’urgenza di nuove forme di soggettività, per esplorare alcuni snodi dei processi di soggettivazione, i quali si manifestano come una dinamica che parte dalla crisi del soggetto e approda alla sua molteplicità. Tra nuovi strumenti tecnologici e inedite forme di rapporto col proprio sé, l’autore intende mostrare come appaia sempre più evidente la difficoltà e l’inappropriazione dei tentativi di cristallizzare il soggetto all’interno di una definizione univoca e angusta. Di seguito, Maria Florencia Gonzalez Leone riflette su come l’IA stia diventando una realtà sempre più presente nel nostro quotidiano. Tale fenomeno instaura nuove sfide tanto nell’individuo quanto nella società, con nuovi modi di relazionarsi e di percepire l’altro. Dato che l’intelligenza artificiale oggi media i rapporti non solo tra gli essere umani, ma anche e tra l’uomo e il mondo, sembra opportuno porsi le seguenti domande: l’IA può provare emozioni? Può desiderare? Se per Lacan il desiderio del soggetto è il desiderio dell’Altro, di quale altro ci parla l’IA? Cosa ci sfugge dell’altro? Cosa sfugge alla macchina e cosa sfugge all’uomo? L’autrice invita così a interrogarci sul ruolo dell’IA in relazione a “l’altro da me”, che non è più un soggetto ma spesso un dispositivo, un’applicazione, una chat o un corpo virtuale. La sfida è dunque accogliere questo ospite inatteso che oggi è tra di noi, cogliendo le nuove forme di soggettività che porta con sé. Infine, il prezioso contributo/testimonianza di Barbara De Rosa termina il nostro percorso attraverso le molteplici forme e declinazioni che possono assumere le innovazioni. Nella prima parte del suo scritto, la studiosa indaga il concetto freudiano di Kulturarbeit come processo di svelamento e trasformazione, fondamentale per comprendere e affrontare le crisi contemporanee. Attraverso una prospettiva psicoanalitica, evidenzia come il Kulturarbeit permetta di decostruire illusioni e meccanismi di difesa collettivi, favorendo una maggiore consapevolezza individuale e sociale. Nella seconda parte, l’autrice analizza l’impatto dei traumi collettivi sulla psiche moderna, con particolare attenzione alle giovani generazioni, e presenta l’interessantissimo esperimento didattico del suo «Laboratorio di Psicoanalisi Applicata». Tale laboratorio offre uno spazio di confronto su tematiche come la massificazione, la crisi climatica, la disumanizzazione e il ruolo della speranza nel contesto contemporaneo. Attraverso un’analisi interdisciplinare e multimediale, che coinvolge psicoanalisi, filosofia e sociologia, l’articolo mette così in evidenza il potenziale trasformativo del Kulturarbeit, sottolineando la necessità di strumenti educativi e culturali che possano contrastare il malessere sociale e promuovere un senso di consapevolezza e responsabilità collettiva in un ambiente educativo libero da logiche prestazionali e di competitività.


[1] J. Fagerberg, Innovation: a guide to the Literature, in «The Oxford Handbook of Innovation», Oxford University Press, Oxford 2009, pp. 1-26 https://doi.org/10.1093/oxfordhb/9780199286805.003.0001

[2] Ivi.

[3] B. Godin, Innovation Contested. The Idea od Innovation over the Centuries, Routledge, New York 2015

[4] Z. Bauman, Lo spirito e il clic. La società contemporanea tra frenesia e bisogno di speranza, San Paolo Edizioni, Alba 2013; J. Wajcman, La tirannia del tempo. L’accelerazione della vita nel capitalismo digitale, Treccani, Roma 2020 e C. Leccardi, Sociologie del tempo. Soggetti e tempo nella società dell’accelerazione, Laterza, Roma-Bari 2014.

[5] Altre due definizioni, più specifiche, del termine «innovazione» riguardano gli ambiti della fonetica e della botanica. Si rimanda al link https://www.treccani.it/vocabolario/innovazione/

[6] https://www.oed.com/search/dictionary/?scope=HistoricalThesaurus&q=innovation

[7] https://op.europa.eu/it/web/eu-vocabularies/concept/-/resource?uri=http://eurovoc.europa.eu/1439

[8] Si veda R. Koselleck, Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, Clueb, Bologna 2007.

[9] B. Godin, cit. pp. 19-35.

[10] T. Tackett, In nome del popolo sovrano. Alle origini della Rivoluzione francese, Carocci, Roma 2006

[11] B. Godin, cit. pp. 101-121.

[12] W. Sargant, Social Innovators and their schemes, Smith, Elder & Co., London 1858.

[13] T. Menissier, Innovations. Une enquete philosophique, Harmann, Paris 2020.