Del virus e della sua storia: per un’ecologia politica del Covid19

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Quella attuale è una emergenza innanzitutto sanitaria, prodotta forse da un virus – mutato – che sarebbe passato dagli animali all’uomo e che, per la sua novità e capacità di contagio, si è diffuso ovunque nel globo[1]. Questa emergenza – ma non le sue ricadute – è quindi “simmetrica”, ossia coinvolge potenzialmente tutti, ed ha un sua ragione innanzitutto biologica. Prima di proseguire la riflessione sulle sue implicazioni di natura politica, economica e sociale, crediamo sia utile inquadrare meglio il virus, la sua storia, e la storia della ricerca virologica della seconda metà del Novecento per comprendere meglio quanto sta accadendo[2]. Le ragioni saranno comprensibili più oltre, ma possono essere riassunte in premessa: per ragioni virologiche, ecologiche ed economico-sociali, le possibilità che si sviluppino pandemie si sono moltiplicate negli ultimi 50 anni, e l’allerta sanitaria su una possibile pandemia è attiva da oltre un trentennio. Il Covid19 non giunge quindi né inatteso, né costituisce un evento unico nella storia recente dell’uomo. Le ragioni? Le troviamo nella storia naturale, nelle trasformazioni economiche e produttive che possiamo ricondurre alla globalizzazione, nel progressivo assottigliarsi della separazione – pur sempre relativa – tra ecosfera umana e ecosfera animale, in specifiche pratiche culturali.

Cosa è il Covid19[3]: certamente non è, come in molti pure hanno detto nella fase iniziale, un virus parainfluenzale, e non è un virus già conosciuto dal nostro sistema immunitario. Il Covid19 (ossia “COrona VIrus Disease” e 19 per l’anno in cui si è manifestata) è un coronavirus emergente che, forse proveniente da un pipistrello (tra le specie animali uno dei serbatoi naturali di queste popolazioni virali), e attraverso un portatore animale (si pensa un pangolino), avrebbe fatto un salto di specie e sarebbe passato all’uomo[4]. I coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che possono andare dal comune raffreddore a malattie più gravi, e il fatto che questo patogeno si sia trasmesso da un animale non è un dato nuovo o eccezionale: la comparsa di nuovi virus, precedentemente circolanti solo nel mondo animale, è infatti un fenomeno ampiamente conosciuto (chiamato spill over o salto di specie). La ragione della sua pericolosità è però nel fatto che questo virus si è trasmesso all’uomo “mutato” in alcune delle sue sequenze geniche: tra queste, nella glicoproteina S (Spike) che lo rende capace di agganciare il sistema respiratorio dell’uomo. Queste mutazioni lo rendono più pericoloso di quello della SARS che causò la pandemia nel 2002/2003, benché con esso abbia una parziale omologia. Una pericolosità che non è tanto nel tasso di mortalità – la SARS aveva un tasso di mortalità sicuramente più elevato – ma nella sua maggiore trasmissibilità e, paradossalmente, “morbidità”, ossia nel fatto di risiedere nella gran parte dei contagiati in maniera poco visibile, per un tempo relativamente lungo, e addirittura in molti casi con una sostanziale asintomaticità.

Se il Covid19 è un virus “recente”, la storia dei coronavirus e dei passaggi di virus dagli animali all’uomo non lo è affatto: i coronavirus sono stati identificati a metà degli anni ’60 e gli studiosi ne hanno ricostruito ormai nel dettaglio la presenza nella nostra storia, a partire dal 1918-1919 quando un virus, probabilmente influenzale, passò dagli uccelli all’uomo scatenando la più grande pandemia della storia contemporanea, conosciuta come “Spagnola” (H1N1). Pandemia che causò tra i 20 e i 50 milioni di morti, con tassi di letalità altissimi[5]. Una pandemia della quale oggi sappiamo molto, sia dal punto di vista epidemiologico che genetico poiché, alla fine degli anni ‘90, grazie agli sviluppi della biologia molecolare, si è riusciti a fare la filogenesi del virus: pionieristico il lavoro di Jeffrey Taubenberger che, col contributo di Joahn Hultin, riesce a sequenziare nel 1997 il virus della spagnola, riconducendolo all’Influenzavirus A del tipo H1N1 (il genoma complessivo sarà sequenziato solo nel 2005)[6]. Taubenberger, peraltro, ritiene che tutte le epidemie e pandemie principali del secolo siano in qualche modo riconducibili proprio al virus della Spagnola[7]. Nel corso del Novecento ci saranno poi altre pandemie, ad esempio nel 1957-58 (Asiatica) e nel 1968 (Hong Kong), e oggi sappiamo che sono causate da sottotipi differenti del virus dell’influenza A: l’H2N2 e l’H3N2. Sebbene non classificate come pandemie, tre altre importanti epidemie si verificarono nel 1947, nel 1977 e nel 1976.

Dall’animale all’animale. Quello che ci porta più vicino alla nostra esperienza è che, almeno dal 1977, si sono osservati negli animali episodi “influenzali” ritenuti nuovi, col riproporsi del tipo virale H1N1, quello della “spagnola”. Inizialmente questi ritorni non hanno destato problemi di tipo sanitario per gli uomini, interessando solo gli animali, tuttavia hanno subito sollecitato le preoccupazioni dei virologi che registravano anche una crescente presenza dei sottotipi virali di orthomyxovirus[8] (H5N2, H5N3, H7N1) nelle popolazioni aviarie che lasciavano temere un possibile passaggio all’uomo, anche in considerazione del crescente sviluppo dell’allevamento intensivo di tipo industriale nelle aree maggiormente colpite.

Dall’animale all’uomo. Il timore diverrà purtroppo certezza con la morte di alcune persone ad Hong Kong nel 1997 a causa di una strana polmonite. Alcuni campioni prelevati alle vittime, inviati negli USA e sequenziati, permetteranno di isolare quello che apparirà come il primo caso di un virus “nuovo” che dagli uccelli era passato nell’uomo. Quando nel 2004 ci si troverà di fronte al ritorno del tipo H5N1 che dava lo stesso quadro epidemico (ancora una volta coinvolte persone esposte agli uccelli per ragioni professionali), verranno nuovamente confermati tutti gli allarmi. Questi casi di trasmissione da uccello a uomo, infatti, allarmavano i virologi soprattutto perché il nuovo orthomyxovirus sembrava mostrare numerose sequenze geniche mutate che lasciavano temere anche la trasmissibilità da uomo a uomo. Infatti, finché il contagio resta limitato tra animale e uomo, anche se pericolosissimi per i singoli questi virus possono avere un impatto limitato per le comunità umane. Quello che si temeva, invece, è qualcuno di questi virus potesse non solo fare il salto di specie, ma anche sviluppare mutazioni tali da renderlo trasmissibile tra gli umani. E si temeva che questo passaggio potesse, peraltro, avvenire in una modalità simili alla “spagnola”, ossia con una prima fase legata a clusters parziali (ad esempio anziani con emergenze sanitarie pregresse) e in piccole aree del mondo, e successivamente in forma pandemica qualche mese dopo con una capacità di mortalità ben più ampia. Come scriveva nel 2006 in uno dei suoi documenti l’OMS, l’ecologia dei virus è ormai cambiata in maniera tale da aumentarne la capacità di determinare pandemie. Del resto

Il virus ha attraversato la barriera di specie due volte nel passato, nel 1997 e nel 2003, ma i casi del 2004 e dell’inizio del 2005 costituiscono l’infezione umana più ampia e più letale finora registrata. Con il virus attualmente endemico in gran parte dell’Asia, i casi sporadici e gli occasionali cluster familiari devono essere prevenuti… La natura imprevedibile dei virus dell’influenza rende impossibile sapere se eventi recenti possano portare ad un virus pericoloso, o se saranno il preludio della prima pandemia del 21° secolo… [9].

Il testo chiudeva, quindi, con l’osservazione che:

La natura imprevedibile dei virus dell’influenza rende impossibile sapere se eventi recenti possano portare ad un virus pericoloso, o se saranno il preludio della prima pandemia del 21° secolo. Se quest’ultima ipotesi si dovesse verificare, il mondo sarà avvisato in anticipo, meglio preparato rispetto all’inizio del 2004, anche se ancora molto vulnerabile.

Proprio nel 2004, il CDC (Center for Disease Control) statunitense:

No one knows if, when, or where person-to-person transmission of SARS-CoV will recur. However, the rapidity of spread of infection and the high levels of morbidity and mortality associated with SARS-CoV call for careful monitoring for the recurrence of transmission and preparations for the rapid implementation of control measures….. Early detection of SARS cases and contacts, plus swift and decisive implementation of containment measures, are therefore essential to prevent transmission[10].

Da uomo a uomo. Giungiamo quindi all’oggi: la crisi sanitaria determinata dal Covid19 assume visibilità globale a dicembre del 2019 quando, a Wuhan l’epidemia finisce per coinvolgere gli oltre 50 milioni di abitanti della provincia cinese, peraltro mostrando una natura atipica e una imprevista pericolosità. Poco dopo sarà isolato il virus che si confermerà appartenere alla famiglia dei coronavirus. In Italia l’allarme sarà lanciato a febbraio, benché almeno fino dai primi di gennaio fosse chiaro il rischio di contagio in Europa. Infatti, dopo il complicarsi dell’epidemia a Wuhan, diversi centri di ricerca e sanitari cinesi, francesi e italiani avevano lanciato l’allarme, accolto quasi esclusivamente dagli specialisti, in particolare virologi, sul rischio che l’epidemia potesse rapidamente trasformarsi in pandemia. Una delle ragioni dell’acuirsi della crisi è certamente nella generale sottovalutazione dei primi allarmi, e dello scarso ricorso alle conoscenze già a disposizione di una parte del mondo scientifico (più che di quello sanitario) che avrebbero permesso di studiare da subito la “filogenetica del virus”. In particolare, si è stati forse troppo lenti nel comprendere che il virus circolava in Europa da oltre un mese e che, almeno da gennaio, era stabilmente impiantato in diverse zone d’Europa oltre che in Iran.

Ed allora, nella intervista che abbiamo menzionato all’inizio, Ernesto Burgio prova a rispondere alla domanda del perché anche una parte importante del mondo medico e scientifico abbia sottovalutato il nuovo virus, nonostante i timori già prefigurati nel 2003 e 2004, e gli allarmi seguiti alla fase epidemica a Wuhan. La risposta non può essere liquidatoria, e limitarsi ad attribuire a questo o a quel politico la responsabilità di non aver compreso la minaccia. Il Covid19 è per la politica un evento, l’improvvisa rottura di un ordine significante ordinario e il precipitare in uno scenario inedito, in cui i riferimenti ordinari non possono funzionare. Semmai, è tutta una cultura sanitaria europea che, pur con le dovute differenze, ancora non è apparsa attrezzata a cogliere fino in fondo gli scenari che, nella seconda metà del Novecento e in maniera inedita negli ultimi trent’anni, si sono aperti con gli studi virologici, in particolare con lo studio delle pandemie. Ancora ad oggi, i sistemi sanitari dei diversi paesi coinvolti – pur con qualche eccezione che si è forse vista in questi mesi – non sono apparsi attrezzati a riconoscere e rispondere rapidamente a crisi pandemiche della portata di quella in atto. La politica non avrebbe fatto altro, allora, che inseguire i segnali contraddittori che arrivavano da una parte del mondo medico-scientifico, a fonte di una sostanziale incomprensione di un fenomeno nuovo dalle possibili ricadute drammatiche. L’elemento più rilevante che emerge, allora, è nella necessità che oggi abbiamo di elaborare strumenti – e una cultura medico-assistenziale – che sia di prevenzione e di gestione di rischi sanitari complessi che, se non assolutamente nuovi, sono certamente inediti. Come hanno scritto un gruppo di medici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo:

I sistemi sanitari occidentali sono stati costruiti intorno al concetto di patient-centered care (un approccio per cui le decisioni cliniche sono guidate dai bisogni, dalle preferenze e dai valori del paziente, ndt). Ma un’epidemia richiede un cambio di prospettiva verso un approccio community-centered care. Stiamo dolorosamente imparando che c’è bisogno di esperti di salute pubblica ed epidemie. A livello nazionale, regionale e di ogni singolo ospedale ancora non ci si è resi conto della necessità di coinvolgere nei processi decisionali chi abbia le competenze appropriate per contenere i comportamenti epidemiologicamente pericolosi

Ed ancora:

Abbiamo bisogno di un piano di lungo periodo per contrastare la pandemia. Il coronavirus è l’Ebola dei ricchi e richiede uno sforzo coordinato e transnazionale. Non è particolarmente letale, ma è molto contagioso. Più la società è medicalizzata e centralizzata, più si diffonde il virus[11].

Crediamo siano indicazioni illuminanti. Ed è opportuno ricordare che l’Italia si sia dotata già nel 2006 di un Piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale che teneva conto proprio delle premesse epidemiologiche che abbiamo tentato di illustrare e dei documenti e delle osservazioni dell’OMS sulle possibilità di un nuovo evento pandemico.

Tutta una serie di riflessioni si possono abbozzare da questi dati, a partire dall’organizzazione territoriale dei sistemi sanitari nazionali. Ne azzardiamo però solo due.

La prima concerne la relazione sempre più stretta tra uomini e animali –quel continuum ecologico tra umano e non umano – che è una faccia di quell’insieme complesso di fenomeni che chiamiamo “globalizzazione”. La riduzione degli ecosistemi animali – e più in generale il ridursi delle separazioni tra spazi ecologici prevalentemente umani e prevalentemente animali – spingono le specie a farsi prossime all’uomo e a integrarsi agli spazi urbani o fortemente urbanizzati. Come ha ricordato di recente David Quammen,

ogni volta che distruggiamo una foresta estirpandone gli abitanti, i germi del posto svolazzano in giro come polvere che si alza dalle macerie. Più distruggiamo gli ecosistemi, più smuoviamo i virus dai loro ospiti naturali, offrendoci a nostra volta come ospiti alternativi.

O ancora, la virologa Ilaria Capua che ritiene che questa emergenza ha rivelato come attraverso le infrastrutture di comunicazione globale gli uomini abbiano accelerato (e quindi a trasformato qualitativamente) fenomeni che prima avevano tempi molto più lunghe perché

Nel ciclo naturale, se pure il virus usciva dalla foresta andava a finire in un villaggio di cento persone e lì esauriva il suo ciclo di vita. Noi stiamo vivendo un fenomeno epocale, ovvero l’accelerazione evolutiva del virus. La tecnologia è troppo veloce per quello che la biologia è in grado di assorbire.

La progressiva riduzione degli ecosistemi animali, la crescente prossimità tra spazi vitali umani e spazi vitali animali, l’allevamento intensivo, hanno favorito – così come la storia delle epidemie nel Sud-Est asiatico ha fino ad oggi mostrato – lo scambio virale tra animale e uomo, peraltro in queste zone amplificato da alcune dimensioni culturali e alimentari ben rappresentate dai mercati di animali vivi. I normali mutamenti genetici hanno fatto quindi il resto. Se alla dimensione sempre più permeabile tra animale e umano associamo il ridursi delle distanze nella globalizzazione, e l’aumento della mobilità umana e animale, possiamo cogliere alcuni più importanti fattori di contesto che spiegano perché i rischi di epidemie e di pandemie – che pure fanno parte della storia dell’uomo – assumano oggi un risalto nuovo.

Per fortuna, la storia della ricerca virologica (e genetica) mostra anche le incredibili capacità di intervento e manipolazione che l’uomo ha oggi acquisito ai fini medici e sanitari. Tuttavia, è pure significativo che in tutte le principali epidemie scoppiate negli cinquant’anni si sono affacciate le accuse di virus prodotti dall’uomo in laboratorio. A dispetto della loro falsità, il continuo ripresentarsi di questi sospetti e di queste paure – oltre a incrociare temi cruciali nella comunicazione sociale e politica – ci ricorda il timore che da sempre attraversa le nostre società verso questa straordinaria capacità di manipolazione del mondo (e l’atomica e la genetica sono solo i casi più recenti) che abbiamo raggiunto attraverso scienza e tecnica/tecnologia. La potenza della scienza, se non è associata a una qualche forma di controllo democratico, ad un solido e informato dibattito pubblico, quindi a una capillare educazione alle scienze e alla ricerca, rischia di amplificare suo malgrado, più che di contrastare, la ricerca di risposte semplici o semplificanti, in una richiesta di sicurezza e di certezze che la scienza non può – in ultima istanza – dare.

Il Covid19 ha esaltato, in sostanza, le tensioni che la nostra società vive strutturalmente nel suo rapporto con la natura e la scienza: speranza e paura insieme, desiderio di controllo e timore dell’ingovernabile. Su questo tema, e in particolare su ciò che attiene in termini specifici al rapporto tra scienza e società, torneremo in uno dei successivi interventi.

Se si vuole seguire l’evolvere della pandemia è possibile farlo sul OMG Global dashboard. Una rappresentazione “grafica” molto efficace del contagio è nel sito web sviluppato da Navid Mamoon e Gabriel Rasskin, studenti alla Carnegie Mellon University.


[1] In questo secondo intervento faremo tesoro di alcune considerazioni storiche ed epidemiologiche di Ernesto Burgio, medico pediatra ed esperto di epigenetica e biologia molecolare (in una intervista per Radio Onda Rossa del 21 marzo scorso[1]) e da Gianfranco Pancino (Direttore di Ricerca emerito dell’Institut national de la santé et de la recherche médicale) sul sito/blog Effimera.

[2] La storia delle pandemie e delle epidemie è stata variamente ricostruita dagli storici: mi limito a segnalare: David Quammen, Spillover. L’evoluzione delle pandemie, Milano, Adelphi, 2014 (ma si vedano anche i suoi lavori sull’HIV e sull’Ebola); William Hardy McNeill (1976) Plagues and Peoples, Anchor, 1998; Jared Diamond, Guns, Germs and Steel, New York: W. W. Norton, 1997; Stefan Cunha Ujvari, Storia delle epidemie, Bologna, Odoya, 2012; Michel Vovelle, La morte e l’occidente. Dal 1300 ai nostri giorni, Roma, Editori Laterza, 1984; Joseph Patrick Byrne, Encyclopedia of Pestilence, Pandemics, and Plagues, A–M, ABC-CLIO, 2008.

[3] Una utile documento è quello della Commissione salute dell’Accademia dei Lincei RAPPORTO COVID-19, a cura di Maurizio Cecconi, Guido Forni, Alberto Mantovani.

[4] Dal sito del Ministero della Salute: I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la Sindrome respiratoria acuta grave (SARS). Sono virus RNA a filamento positivo, con aspetto simile a una corona al microscopio elettronico. Le cellule bersaglio primarie sono quelle epiteliali del tratto respiratorio e gastrointestinale. Ad oggi, sette Coronavirus hanno dimostrato di essere in grado di infettare l’uomo con conseguenze che vanno dal semplice raffreddore a gravi patologie polmonari. Ci ricorda nella sua intervista Gianfranco Pancino che “Un coronavirus, il SARS-CoV (virus della sindrome respiratoria acuta severa), era già stato responsabile di un’epidemia a forte mortalità nel 2003, e un altro coronavirus, il MERS-CoV (virus della sindrome respiratoria del Medio-Oriente), identificato nel 2012 in Arabia Saudita, e poi in molti altri paesi, è stato responsabile di un’epidemia in Corea del Sud nel 2015. In entrambi i casi, ci sono forti presunzioni che la riserva naturale del virus, cioè gli animali portatori di questi virus, siano dei pipistrelli e che la trasmissione all’uomo sia avvenuta grazie a un ospite intermedio, il furetto per SARS-CoV e il dromedario per MERS-CoV.  La sequenza del SARS-CoV-2 presenta un’omologia del 96% con un coronavirus di un pipistrello cinese (Peng Zhou, Nature 2020). È quindi fortemente probabile che il virus SARS-CoV-2 sia originario del pipistrello”.

[5] Cfr. Laura Spinney, Pale Rider: The Spanish Flu of 1918 and How it Changed the World, London, Penguin Books, 2018.

[6] Jeffery K. Taubenberger, Ann H. Reid, Amy E. Krafft, Karen E. Bijwaard, Thomas G. Fanning. “Initial Genetic Characterization of the 1918 ‘Spanish’ Influenza Virus”, Science, Vol. 275, No. 5307 (1997), pp. 1793-1796; Reid, A. H., Fanning, T. G., Hultin, J. V. & Taubenberger, J. K. “Characterization of the 1918 ‘Spanish’ influenza neuraminidase gene”, Proceedings of the National Academy of Sciences, vol. 97 (2000), pp. 6785-6790; Taubenberger, J.K., Reid, A. H., Lourens, R. M., Wang, R., Jin, G. & Fanning T. G. “Characterization of the 1918 influenza polymerase gene”, Nature, vol. 437 (2005), pp.889-893.

[7] Taubenberger JK, Morens DM (January 2006). “1918 Influenza: the mother of all pandemics”. Emerging Infectious Diseases. 12 (1): 15–22.

[8] Gli Orthomyxoviridae (dal greco orthos per dritto e myxa per muco) sono una famiglia di Virus che comprende sette generi di virus: tra questi quelli dell’Influenzavirus A che provoca tutte le pandemie influenzali e infetta l’uomo, i mammiferi e gli uccelli.

[9] WHO (OMS), Influenza aviaria: valutazione del rischio di pandemia, Monza, Editree, 2006.

[10] CDC, Note on SARS, 2004 –

[11] Mirco Nacoti, MD, et alii, At the Epicenter of the Covid-19 Pandemic and Humanitarian Crises in Italy: Changing Perspectives on Preparation and Mitigation, NEJM Catalyst – tradotta in italiano sul suo blog da Fabio Sabatini dell’Università la Sapienza di Roma.

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