Innovazione/i. Percorsi per una strategia multidisciplinare

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Di recentissima pubblicazione nella collana Filosofia, Innovazione, Democrazia (Guida Editore), il volume Innovazione/i. Percorsi per una strategia multidisciplinare a cura di Flavia Palazzi, Giovan Giuseppe Monti e Pierluigi Ametrano (Napoli, 2019). Il volume inaugura il percorso di ricerca del Centro ARS RoSA sul tema dell’innovazione e delle sue possibili declinazioni etiche, politiche, filosofiche. All’interno del libro sono presenti lavori di Alessandro Arienzo, Angela Balzano, Iacopo Grassi, Marco Bentivogli, Pietro Sebastianelli e Thierry Ménissier. Di seguito ne riportiamo l’introduzione.


INTRODUZIONE – Di cosa discutiamo esattamente, a cosa ci riferiamo, quando parliamo di innovazione? Il termine innovazione sembra così chiaro ed evidente nel dibattito pubblico o tecnologico-economico, che le sue origini storiche, le sue mutevoli connotazioni e i labili confini di ciò che lo riguarda sono per lo più poco discussi 1. Invece, il concetto di innovazione ha una lunga storia e, nel corso del tempo, è stato attraversato e pervaso da significati mutevoli.

Secondo Benoit Godîn, che ha dedicato importanti lavori alla ricostruzione storico-genealogica del concetto 2 , oggi l’innovazione è intesa, in maniera quasi automatica e spontanea, come innovazione tecnologica grazie al suo contributo al progresso economico. Per contro, egli ha sottolineato che, almeno fino alla prima metà del Novecento, la storia del concetto di innovazione non ha avuto nulla a che fare con l’economia, rappresentando piuttosto un’idea «peggiorativa» (pejorative) di fenomeni afferenti al campo della politica, oggetto di contestazione in filosofia così come in religione e in ambito sociale. Tale contestazione sarebbe poi cessata solo negli ultimi anni, passando dall’esprimere un concetto negativo e sovversivo al rappresentarne uno virtuoso e «orientato al futuro» (future-oriented concept 3), diventando uno strumento essenziale per raggiungere obiettivi politici e sociali 4. Lo studioso fa risalire l’origine della nozione di innovazione all’antico termine greco kainotomia (καινοτομία), vocabolo composto dall’unione di kainos (καινοσ – nuovo) e tom (τομ – radicale). Esso aveva una connotazione politica e indicava, con un’accezione generalmente negativa, «un cambiamento dell’ordine stabilito»; dunque fin dal suo apparire aveva in germe una portata destabilizzatrice. Tale significato l’avrebbe poi caratterizzato attraverso i secoli, legandolo ora all’ambito sociale, ora a quello religioso, dove il termine «innovatore» era sinonimo di eretico, sebbene nei primi secoli della cristianità latina il rinnovamento delle anime fosse uno dei precetti più vicini all’evangelizzazione. Infatti, dal IV secolo si assiste all’utilizzo del termine in-novo, specialmente da parte degli scrittori latini cristiani, col significato di «ri-novare », inteso come «ritorno all’anima originaria o pura», ed in linea con la diffusione di altri termini cristiani come «ri-nascita», «rigenerazione» e «ri-forma». Tuttavia, questo periodo avrà fine con la Riforma, quando il termine tornerà nell’ombra perché proibito e in alcuni casi avvicinato alla malattia mentale. Ad esempio, nell’Inghilterra del 1549, il Libro della preghiera comune (Book of Common Prayer) esortava a «not to meddle with the “folly” and “innovations and new-fangledness” of some men» 5. Di qui, la nozione è stata assimilata all’ambito politico, ovviamente con un significato dispregiativo: a partire dalla rivoluzione inglese del 1649 e fino ad arrivare al 1789, i democratici e i repubblicani sono visti come degli innovatori che perseguono i loro obiettivi attraverso dei metodi violenti per costituire un ordine del tutto utopico.

In qualità di semplice slogan oppure come arma ideologica, il concetto di innovazione diviene gradualmente familiare al lessico politico moderno, iniziando una lenta “redenzione” che lo porterà a non avere una significazione esclusivamente negativa, e assumendo in alcuni casi il valore di processo rivoluzionario o di ricerca di libertà per il singolo e per la collettività. Infatti, è da sempre caratterizzato da un correlato pratico, in molti casi accanto al termine innovazione si trova il sostantivo iniziativa, in modo tale da sottolineare le condizioni di fattualità da cui non si può prescindere, se si vuol essere innovativi.

Tra disconoscimenti, pregiudizi e fraintendimenti, la parola innovazione ha così accumulato una polisemia di cui è difficile cogliere la piena evoluzione, nonostante in alcuni casi sia proprio il cambiamento semantico «uno dei mezzi a nostra disposizione per ripensare e cambiare il nostro mondo», modificando i modi in cui si applicano i vocaboli» 6. Quel che a noi sembra più utile è considerare quindi in che modo il concetto di innovazione sia mutato da potenza disgregatrice del tessuto politico e culturale a significante istituzionalizzato, un principio che struttura la prassi politica. Una trasformazione che ha indotto un’inversione dei poli: da vizio a virtù. Oggi l’innovazione è declinata come valore in sé, da cui non si può prescindere, come una funzione di cui non si può fare a meno, sinonimo di utilità e di progresso, ad esclusivo appannaggio dell’economia e della tecnologia.

Nel vasto ed eterogeneo panorama di interessi, studi e ricerche che si sono occupati o si occupano di innovazione, comprendente tanto le scienze umane quanto le scienze sociali, Thierry Ménissier osserva giustamente come la disciplina filosofica sembra essere «sorprendentemente in ritardo 7». Secondo Godîn, il termine innovazione porta con sé una peculiarità, perché è un concetto che non ha mai avuto alcuna teorizzazione, malgrado rientri a pieno titolo nel linguaggio comune e scientifico 8. Tale ritardo risulta essere ancora più paradossale, qualora si rifletta sul fatto che la natura stessa della filosofia è fondamentalmente di essere anche un «discorso di comprensione del cambiamento» 9. Infatti, il pensatore francese definisce la filosofia come «conoscenza per concetti» 10, la cui rilevanza risiede nella sua capacità di generare nozioni generali e utili a indirizzare il giudizio e la condotta delle persone. Inoltre, essa costituirebbe un’attività intellettuale di riferimento per tutte le altre scienze, poiché (indifferentemente dal suo essere intesa come conoscenza descrittiva, critica, valutativa o prescrittiva) i concetti da essa proposti devono essere intesi non solo «in funzione della loro capacità di far conoscere e interpretare la realtà, ma anche di migliorarla» 11. Da queste premesse risulta utile proporre un approccio filosofico alla nozione di innovazione, che possa evidenziarne i regimi di saperi che agiscono all’interno delle nostre società innovative.

Nella prima sezione del volume – Teorie dell’innovazione – sono raccolti contributi che, pur nella loro eterogeneità, si ritengono utili non solo ad introdurre, presentare e dirimere alcuni nodi problematici del concetto di innovazione – riguardanti l’aspetto polisemantico e transdisciplinare che lo caratterizzano – ma anche a definirne un campo di afferenza che non lo imbrigli nelle maglie della sola innovazione tecnologica, tentando di intendere l’innovazione come un momento di cambiamento «consapevole ed auto-riflessivo», rendendo la pratica innovativa parte di uno sforzo di rinnovamento politico-sociale connesso strettamente al tema del governo collettivo della cosa pubblica 12.

Nel suo contributo, Alessandro Arienzo, constatando la scomparsa degli «orizzonti di rivoluzione» e «progresso» (che avevano caratterizzato l’età moderna), riflette sul significato e la natura del nostro attuale orizzonte di «innovazione». L’autore propone di accogliere il tema dell’innovazione come un tema filosofico-politico, da un lato connettendolo alla necessità che le nostre società diventino pienamente «auto-riflessive», dall’altro al bisogno di un complessivo ripensamento del vivere civile e del cosiddetto «spazio repubblicano». Infatti l’autore ritiene che il concetto di innovazione abbia bisogno di essere indagato nel suo senso intrinsecamente storico e filosofico, affinché possano emergere pienamente le sue complessità e criticità. Se l’innovazione ha sussunto le idee di rivoluzione e progresso, occorre quindi chiarire «quale tipo di progressività rivoluzionaria essa incarna». L’innovazione si presenta sempre all’interno di un orizzonte storico-culturale favorevole al mutamento e al cambiamento, motivo per cui interrogarsi sul suo senso e la sua natura implica una riflessione sul regime sociale in cui essa appare, viene teorizzata e accolta. Provare a intercettare e modificare il significato che la nostra società attribuisce all’innovazione comporta quindi un impegno etico e sociale volto a ripensare quelle stesse forme sociali che promuovono una certa idea di innovatività. Per il nostro autore, è importante iniziare affrontando il problema della natura e della forma che oggi assume lo spazio sociale, e quale rapporto esso abbia con la politica e l’etica, laddove le si interpretino come forme di conoscenza riflessiva capaci di orientare la società al suo autogoverno. Un ambiente innovativo è quindi tale perché, a partire dall’innovazione tecnologica, è capace di distribuire e disseminare l’innovazione e la ricchezza sociale da essa prodotta. Dunque l’innovazione, quando sociale, riguarda i risultati e i limiti che sono stati immaginati nei termini della capacità di una società di organizzarsi. Deve perciò favorire relazioni interpersonali di genere nuovo, e forme di socialità che possano realizzarsi con forme e logiche diverse da quella di competizione. Così intesa, l’innovazione non solo rinvia anche alla questione della relazione che si instaura tra l’uomo e gli oggetti che produce, ma deve anche riflettere sul senso del mutamento, dell’uso degli oggetti e del mondo. Questo implica di pensare l’innovazione in relazione alla politica, nell’orizzonte di una prassi tesa a «modificare il vivere insieme e consolidare le condotte civiche». Innovazione, filosofia ed etica pongono così alle scienze sociali, in particolar modo alla filosofia, il problema del loro ruolo nelle società dell’innovazione. Un ruolo che deve operare come «pratica di critica, di trasformazione e di innovazione politico-sociale», soprattutto se intendiamo la filosofia come una forma di conoscenza che opera per concetti e si indirizza al giudizio e all’azione.

Il secondo intervento di questa sezione è la traduzione in lingua italiana, seppur ridotta, di un articolo di Thierry Ménissier, recentemente apparso nella rivista francese Quaderni 13. In questo intervento il pensatore francese, oltre a sviluppare un’analisi filosofica del concetto d’innovazione (basandosi sulla caratterizzazione dei suoi elementi distintivi e sulla sua qualificazione come idea storica), svolge un’analisi critica di come esso stesso sia attualmente utilizzato al di fuori della sfera tecnico economica in cui è stato concepito. Secondo Ménissier, infatti, sebbene il concetto di innovazione rappresenti una realtà sociale ed economica dal significato comunemente accettato, da un punto di vista più strettamente storico-filosofico permangono delle importanti problematicità da risolvere in merito agli slittamenti semantici del concetto stesso. Tali problematiche richiedono sia una definizione più ampia del cambiamento innovativo, sia la necessità di interrogarsi sul significato politico di questa mutazione del concetto. Difatti, il modello del divenire indotto dalla nozione di innovazione si basa sugli assunti più radicali del concetto di progresso – ovvero uno scarto netto con la tradizione grazie alla forza della conoscenza e dello sviluppo tecnologico – ma non intende assumere l’ambizione sociale e morale contenuta nella nozione, aumentando così il rischio di acuire quello stato di «alienazione dal mondo» di cui ci aveva già parlato Hannh Arendt. Tuttavia, Ménissier crede che la transizione tra i due modelli non sia ancora completa, motivo per cui si interroga sul fatto che «bisognerebbe considerare l’ingiunzione contemporanea a innovare e chiedersi che cos’è un’innovazione veramente migliorativa», «chi dovrebbe occuparsi di questa domanda» e se «il concetto di innovazione può essere compreso al di là o al di fuori del capitalismo», ovvero in maniera riflessiva e producendo una vera teoria della Storia. L’autore ritiene appunto che il modello di innovazione presenti risorse interessanti sia nella dimensione epistemologica, in quanto stimola modalità cognitive originali durante il processo di generazione di nuove idee, sia nell’ordine politico, poiché «la conduzione di un progetto innovativo consente di sperimentare modalità originali di socialità», favorendo il ripensamento dell’interesse generale e permettendo di «pensare alla possibilità di una nuova civiltà futura».

Nell’intervento successivo – spostandoci dal versante teorico della filosofia politica dell’innovazione a quello dell’economia – partendo dal presupposto del ruolo centrale che riveste l’innovazione tecnologica per il benessere sociale, Iacopo Grassi ci presenta alcuni aspetti dell’economia dell’innovazione, uno specifico ramo delle scienze economiche che cerca di definire le origini, le cause, le caratteristiche e le conseguenze dell’introduzione, all’interno del sistema economico, di innovazione tecnologica e di investimenti in Ricerca e Sviluppo (Research and Development). Da sempre infatti, la crescita economica dipende dall’innovazione tecnologica, la quale a sua volta dipende dagli investimenti operati in R&S. L’innovazione tecnologica è, almeno parzialmente, un bene pubblico, motivo per cui lo Stato dovrebbe poter partecipare ai suoi finanziamenti. Tuttavia, l’intervento dello Stato all’interno del mercato rischia di creare problemi di spiazzamento, ovverosia i finanziamenti pubblici potrebbero impedire l’aumento degli investimenti privati, sostituendosi ad essi. Una possibile soluzione che Grassi ci presenta è data dalla cooperazione. Infatti, molti studi mostrano come la cooperazione tra imprese possa aumentare gli investimenti ad innovare e permetta la sopravvivenza di numerose aziende che, altrimenti, non avrebbero i mezzi necessari per resistere all’interno del continuo evolversi del mercato capitalistico. La cooperazione rappresenta difatti una possibile risposta strategica che permette loro non solo di condividere costi e rischi, ma anche conoscenze e informazioni cruciali grazie ai contatti (spillovers) che si creano mediante le collaborazioni. Ne deriva che, se l’obiettivo di un governo è favorire la crescita economica, quindi accrescere gli investimenti, una soluzione potrebbe essere comprendere le ragioni per cui le imprese cooperano in R&S.

Infine, l’intervento di Marco Bentivogli, segretario generale della Federazione Italiana Metalmeccanici (FIM Cisl), chiude questa sezione dedicata alle teorie dell’innovazione con un contributo che si situa al limite tra teoria e pratica d’innovazione, presentando il progetto Industry 4.0 come l’occasione tramite la quale potrebbe avvenire «il terzo balzo in avantidell’umanità». Secondo l’autore, grazie all’insieme delle tecnologie ICT (Information and Communication technologies) e delle biotecnologie, l’essere umano sarebbe in procinto di compiere una straordinaria ordinaria evoluzione cognitiva, in cui la «tecnologia rappresenta il catalizzatore del cambiamento». Pertanto, occorre mantenere la necessaria lucidità per capire e affrontare i cambiamenti che stanno accadendo. È dunque importante governare tali processi, riempiendoli di contenuti e obiettivi, in modo da tracciare un futuro nel quale le persone vivano «l’esperienza di un progresso umano e solidale». La rivoluzione digitale sta archiviando l’idea fordista che in fabbrica il lavoro vada organizzato seguendo una rigida catena di comando, infatti, il combinato di Industry 4.0, delle infrastrutture blockchain e lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale (IA) modificherà in maniera profonda anche l’organizzazione del lavoro. Piuttosto che temere una progressiva scomparsa del lavoro a causa della rivoluzione tecnologica, bisognerebbe avere la consapevolezza del fatto che «l’uomo avrà l’opportunità di liberarsi finalmente nel lavoro, riducendo la fatica e limitando le mansioni ripetitive e alienanti, allargando gli spazi in cui mettere in campo la propria intelligenza e fantasia». Progresso tecnologico ed evoluzione culturale sono dunque processi fortemente connessi, ed entrambi avranno bisogno del contributo attivo di politica ed impegno civile per essere in grado di porre le basi di quella che Bentivogli definisce «umanità aumentata 14».

Nella seconda sezione del volume – Percorsi e pratiche dell’innovazione – si presentano alcune declinazioni storiche del concetto di innovazione, che a seconda delle differenti e mutevoli contesti, ha di volta in volta assunto caratteristiche, campi di afferenza, percorsi e pratiche diversi. Infatti, questo volume intende proporre un allargamento, un’analisi e una ricollocazione semantica di un concetto – tanto inflazionato quanto poco criticamente approfondito – come quello di innovazione. Esso non dovrebbe rappresentare solo l’innovazione tecnologica, né appiattirsi su modelli economici, piuttosto, dovrebbe dotarsi di capacità d’analisi auto-riflessive, allargando il proprio spettro di indagine alla società e ai suoi frenetici cambiamenti. Intesa come innovazione sociale, essa ci permetterebbe non solo di analizzare la questione del tipo di relazione che oggi si instaura tra l’uomo e le dinamiche complesse attivate dai suoi artefatti e dai loro usi, ma anche di problematizzare le relazioni attuali dell’insieme uomo – macchina – natura, oltre che entrare in relazione diretta con l’etica, poiché cerca di fornire soluzioni e risposte nuove a situazioni sociali giudicate insoddisfacenti dalla collettività (oltre che dai singoli).

A quest’ultimo aspetto si collega il primo articolo di questa sezione, ovvero quello di Giovan Giuseppe Monti, il quale ci mostra come uno strumento e un metodo classico dell’evangelizzazione e dell’indottrinamento cristiano, il catechismo, sia stato trasformato, innovato e utilizzato, dai cosiddetti «patrioti» del Triennio Repubblicano, per dar forma ad una nuova ed inedita «soggettivazione». Inoltre, il contributo tenta di aggiungere un ulteriore tassello al filone di ricerca, inaugurato da Michel Foucault, inerente la ricostruzione di una «genealogia del soggetto occidentale moderno», in particolar modo del «soggetto rivoluzionario», figura che intende rompere le convenzioni e le tradizioni socio-politiche, in virtù di una differente e migliore idea di come la vita andrebbe «condotta». Secondo la proposta teorica di Monti, i patrioti italiani, una volta privato il catechismo dai riferimenti puramente legati ai dogmi e verità di fede, lo utilizzano per formare non più il «buon cristiano» ma «il buon cittadino», ponendo le basi per l’effettuazione di un considerevole scarto di novità rispetto al passato grazie a delle diverse pratiche «autopoietiche» ed «etopoietiche». Infatti, queste particolari modalità di «conduzione delle condotte» miravano a produrre una trasformazione nella natura, nel modo d’agire e di essere degli individui, permettendo un rinnovo radicale e migliorativo del sé.

Successivamente, il contributo di Pietro Sebastianelli introduce il contesto storico neoliberale all’interno del quale il tema dei beni comuni (commons) ha acquistato considerevole importanza. L’autore analizza come tale tematica venga affrontata, all’interno del dibatto contemporaneo, ovverosia come la questione dei beni comuni riguardi il tentativo di problematizzare «la dicotomia pubblico\privato che ha orientato i dispositivi economici, politici e giuridici della modernità e che oggi avrebbe raggiungo un apice critico irreversibile». Sebastianelli dunque ci presenta alcuni diversi approcci a tale spinoso problema: un primo consiste nell’inquadrare tale problematica in una prospettiva storica in grado di far luce sulla genesi del pubblico e del privato come orizzonti della razionalità politica, economica e giuridica della modernità (Ugo Mattei); uno rappresenta il tentativo di ripensare lo statuto della proprietà privata senza giungere ad un suo superamento, ma allargandone i confini anche al diritto individuale di accesso a un bene (Stefano Rodotà); un altro ancora fa riferimento a una nuova «accumulazione originaria» non solo per spiegare gli assetti produttivi del capitalismo, ma anche per indicare il terreno di uno scontro sociale tra l’appropriazione privata della ricchezza e la natura sociale della produzione nel contesto biopolitico contemporaneo (Antonio Negri e Michael Hardt); infine, ancora diverso è l’approccio con cui si pone l’accento sulla dimensione giuridico-politica dei bene comuni, intesi come una «co-attività» fondanti una nuova prassi sociale nella forma dell’autogoverno (Pierre Dardot e Christian Laval). Secondo Sebastianelli, a partire da queste diverse quanto efficaci analisi, la questione dei beni comuni potrebbe quindi rappresentare «un utile strumento per elaborare strategie efficaci di innovazione democratica in tutti i settori della società», ripensando la sfera pubblica oltre lo Stato e contrastando efficacemente i processi di privatizzazione della vita sociale.

Con il contributo di Pierluigi Ametrano, abbiamo un primo modo di proporre un’analisi dell’innovazione sociale che problematizzi il tipo di relazione oggi instaurato tra l’uomo e le complesse dinamiche attivate dall’interazione coi suoi artefatti tecnologici, nonché dai loro usi effettivi, i quali investono sempre più, e sempre più costantemente, aspetti importanti della vita umana. L’autore propone di riflettere su come «la fragilità della parola» rappresenti la migliore prospettiva «per analizzare la pervasiva relazione tra le tecnologie informatiche e le singolarità», una connessione che comporta delle modificazioni nei processi di costruzione identitarie dei soggetti e che rischia, paradossalmente, di produrre «delle singolarità disperse» nell’iperconnessa infosfera. A partire dal presupposto secondo il quale il soggetto immerso nel linguaggio «è un soggetto che pensa secondo le leggi del significante», e che dunque forma e trasforma costantemente se stesso tramite la sintassi dell’ordine simbolico di cui fa parte, si ritiene che i linguaggi informatici si comportino e siano «un nuovo ordine simbolico» all’interno del quale è possibile osservare le trasformazioni in atto nelle singolarità tecnologiche. Dalla riflessione di Ametrano, da un lato emerge come l’ordine virtuale favorisca processi cognitivi retti dall’immediatezza delle immagini, dall’altro come il «soggetto dell’inconscio» torni alla cosiddetta «fase dello specchio», regressione fondativa della propria identità, all’interno della quale è possibile rafforzare «il senso d’identità dell’io», ma anche provocare un’alienazione irreversibile. Il web rappresenta quindi la dimensione adatta al soggetto «per esperirsi come altro da sé», in modo tale da «potersi riconoscere come alterità che lo identifica», assistendo alla riattivazione dello «sdoppiamento narcisistico». Esso permetterebbe di fornire una spiegazione alla proliferazione sia di diffusi fenomeni sociali, come il sentimento di angoscia e malessere, sia social, come il proliferare di haters e il fenomeno del blasting. Il «narciso digitale» rappresenta dunque un soggetto fragile, che vive una situazione di costante disagio e che sperimenta «l’inconsistenza della propria identità», percependo come ostile e pericolosi sia il mondo reale che la reciprocità del singolo.

Il saggio di Angela Balzano si sviluppa nel contesto dell’analisi di una società «bio-info-mediata», in cui medicina riproduttiva e rigenerativa vengono analizzate attraverso l’utilizzo della nozione di innovazione, in quanto ritenuta più efficace nel cogliere e problematizzare il dispiegarsi dei mutamenti che accadono sotto i nostri occhi. L’ascesa delle «bio-info-tecnologie» richiede infatti un’analisi tanto attenta quanto interdisciplinare, dovendo proporsi di leggere da un lato l’intrecciarsi di desideri soggettivi, dall’altro l’articolarsi dei rapporti di forza economici e il dispiegarsi dei posizionamenti politici. Secondo l’autrice, occorre quindi «passare al vaglio della filosofia le tecnologie di produzione assistita in rapporto a quelle informatiche». Solo così infatti sarebbe possibile capire che esse non si limitano a soddisfare dei bisogni già presenti nel corpo sociale, essendo piuttosto portatrici di vere e proprie innovazioni, in grado sia di riorganizzare i bisogni reali (aprendoli al possibile e al non prevedibile), sia di provocare dei cambiamenti radicali all’interno dell’economia, così come nelle relazioni sociali e nel rapporto con l’informazione. Dopo aver passato in rassegna alcune pagine web di agenzie e cliniche, specializzate nell’approvvigionamento di gameti per cicli di fecondazione assistita e nella crio-conservazione del patrimonio biologico, il saggio si propone dunque di comprendere quali tipologie di narrazioni e rappresentazioni essi promuovano e veicolino, interrogandosi anche sulle modalità con cui vengono nutriti «i circuiti del biocapitale».

Il contributo con cui abbiamo scelto di chiudere il volume è redatto da Flavia Palazzi. Nella prima parte dell’articolo, l’autrice presenta i punti salienti dell’importante rapporto sull’Intelligenza Artificiale redatto dal matematico francese Cédric Villani 15, con particolare riguardo alle tematiche maggiormente riprese all’interno del dibattito italiano. Il Report, che candida la Francia al ruolo di guida europea in materia di IA, ha ispirato il dibattito italiano specialmente su due temi: le riflessioni sul modello americano del DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) e sull’importanza dell’introduzione dell’etica nella formazione dei futuri esperti del settore, in modo tale da far fronte alle inedite sfide che le nuove tecnologie ci pongono, quali ad esempio l’uguaglianza dell’umanità davanti agli algoritmi a partire dalla loro ideazione (ethics by design) e l’accettazione sociale dell’IA tramite il cosiddetto «principio di esplicabilità» (principe d’explicabilité). Il resoconto francese è estremamente dettagliato, difatti affronta argomenti molteplici, da quelli di carattere maggiormente istituzionale-amministrativo, a quelli che riguardano il problema della condivisione della proprietà intellettuale e l’importanza della formazione di ricercatori e insegnanti, o ancora affronta le possibili (e in atto) trasformazioni del mondo del lavoro dovute all’impatto dell’IA, sino al quanto mai impellente problema ecologico. Tra tutte, la tematica che ha maggiormente acceso il dibattito sia all’interno dell’AI HLEG (Artificial Intelligence High Level Expert Group) della Commissione Europea, sia all’interno del gruppo di esperti sull’Intelligenza Artificiale, recentemente istituito dal MISE, è quella dedicata alla questione dell’educazione e preparazione etica. Proprio sugli sviluppi di tale dibattito all’interno della strategia nazionale italiana, è dedicata la seconda parte dell’articolo, poiché l’autrice ha avuto modo di seguire – tra il febbraio e il maggio del 2019 – il lavoro degli esperti del MISE sull’IA e su come essa possa costituire, per l’Italia, l’inizio di un nuovo Rinascimento economico, ambientale e sociale. La Commissione Europea, nutre infatti grandi aspettative sull’apporto etico-giuridico che l’Italia potrebbe apportare all’interno della pianificazione della strategia europea, permettendoci di dare un contributo essenziale alla definizione di una strategia nazionale che possa mettere l’uomo e la tutela del pianeta al centro del progetto. Infatti, quello che si potrebbe definire il «nuovo Rinascimento dell’epoca digitale», una sorta di «RenAIssance», potrebbe essere ispirato dal bisogno di ridisegnare il rapporto tra uomo e macchina, nel quale la tecnologia aumenta le capacità umane, e diviene uno strumento fondamentale per la scrittura di un nuovo contratto sociale, orientato verso lo sviluppo sostenibile tanto sociale quanto ambientale.


1 Senz’altro lontana da questo approccio è la rivista francese «Quaderni. Communication, technologies, pouvoir» che nel 2016 ha pubblicato due numeri interamente dedicati al tema transdisciplinare dell’innovazione. Vedi B. Paulré (a cura di), L’innovation dans tous ses états – I, in «Quaderni», 90, 2016; B. Paulré (a cura di), L’innovation dans tous ses états – II, in «Quaderni», 91, 2016. Ci preme segnalare inoltre le attività di due importanti studiosi quali Benoit Godîn e Thierry Ménissier, le cui ricerche, seppur diverse, hanno permesso l’emergere di un rinnovato interesse critico verso l’innovazione in tutti i suoi aspetti. Godîn professore presso l’INRS (Institut National de la Recherche Scientifique – in Montreal, Canada), è uno dei maggiori esperti nel campo degli studi sull’innovazione (Innovation Studies) e sta conducendo un progetto di ricerca sulla storia intellettuale dell’innovazione dall’antichità al presente, i cui risultati più importanti al momento sono: B. Godîn, Innovation Contested, Routledge, 2015, in cui esamina le rappresentazioni e i significati dell’innovazione nel tempo, i suoi diversi usi e i contesti in cui il concetto è emerso e cambiato; ID, Models of innovation, MIT, 2017, in cui ripensa e analizza le narrazioni storiche dei modelli sviluppati dai teorici dell’innovazione; ID., L’innovation sous tension. Histoire d’un concept, PUL, 2017. Ménissier è invece, oltre che professore ordinario, anche vicepresidente della ricerca dell’Università di Grenoble Alpes e responsabile dello sviluppo della ricerca nelle scienze umane e sociali. Tiene corsi in filosofia dell’innovazione, sull’epistemologia del cambiamento, sulla resistenza all’innovazione e sulle politiche dell’innovazione, sull’etica dell’innovazione e dell’immaginario emergente. Alcuni dei suoi più importanti contributi sull’innovazione sono: T. Ménissier, Philosophie et innovation, ou philosophie de l’innovation, in «Klesis», 18, pp. 10-27, 2011; T. Ménissier, Innovation et Histoire. Une critique philosophique, in «Quaderni», 91, pp. 47-59, 2016 (di cui nel volume è riportata una traduzione ridotta).
2 B. Godîn, The innovation: The history of a category, working paper n.1 del «Project on the Intellectual History of Innovation», 2008. Per una bibliografia più ampia si rimanda al sito del progetto fondato dal Canadian Social Sciences and Humanities Research Council (SSHRC): http://www.csiic.ca/en/the-idea-of-innovation/.
3 Intervista a B. Godîn consultabile presso http://tatup.de/ index.php/tatup/article/download/84/169?inline=1.
4 B. Godîn, op. cit. Innovation Contested.
5 Cit. in B. Godîn, Making sense of innovation: from weapon to
instrument to buzzword, in «Quaderni», 90, p. 24 (T. d .C), 2016.
6 Q. Skinner, Rhetoric and Conceptual Change, in «Finnish Yearbook of Political Thought», V. 3, p. 69, 1999; cit. in B. Godîn, L’innovation sous tension. Histoire d’un concept, p. 5. Per una lettura del concetto di innovazione, si veda il relativo capitolo di J.P. Leary, The Innovation Cult, in Keywords: The New Language of Capitalism, Hayamarket Books, Chicago, 2019.
7 T. Ménissier, Philosophie et innovation, ou philosophie de l’innovation, in «Klesis. Revue philosophique», 18, p. 10 (T. d. C.), 2011.
8 Vedi B. Godin op. cit. L’innovation sous tension, p. 7.
9 Ibidem (T. d. C.).
10 Ivi p. 11(T. d. C.).
11 Ibidem (T. d. C.).
12 Vedi l’importante lavoro di T. Ménissier, op. cit. Philosophie et innovation, di cui crediamo sia utile accogliere e approfondire le tesi.
13 T. Ménissier, Innovation et Histoire. Une critique philosophique, in «Quaderni», 91, pp. 47-59, 2016.
14 Per ulteriori approfondimenti sull’approccio e la visione del segretario della FIM Cisl, rimanda a M. Bentivogli, Contrordine compagni, Milano, Rizzoli, 2018.
15 C. Villani, Donner un sens à l’intelligence artificielle. Pour une stratégie national et européenne un sense, Mission confié par le Premier Ministre Èdouard Philippe, Mission parlamentaire du 8 septembre 2017 au mars 8 2018.

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